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De Bertoldi (Lcd-Lega): “Irpef al ceto medio, equo compenso e ponte con la Russia: le nostre proposte”

Intervista ad Andrea de Bertoldi, deputato Lega e presidente di Lcd (Liberali cristiano democratici)

De Bertoldi (Lcd-Lega): “Irpef al ceto medio, equo compenso e ponte con la Russia: le nostre proposte”

De Bertoldi: “Riforma sulle professioni tecniche, Irpef al ceto medio, equo compenso e ponte con la Russia: ecco le nostre proposte”

Riforma della responsabilità civile per le professioni tecniche, estensione dell’equo compenso, una nuova soglia Irpef per il ceto medio e un ruolo dell’Italia come ponte tra Washington e Mosca. Questi i temi sollevati dal deputato della Lega Andrea de Bertoldi, intervistato da Affaritaliani, muovendosi tra i dossier della prossima legge di bilancio e le grandi partite di politica estera.

Onorevole, lei è primo firmatario della proposta di legge sulla responsabilità civile delle professioni tecniche, che interviene su tre punti: la responsabilità solidale tra professionista e impresa, la tutela degli eredi in caso di morte del tecnico, e l’estensione a dieci anni della copertura assicurativa dopo la fine dell’attività. Può spiegarci con un esempio concreto cosa cambierebbe, oggi, per un ingegnere o un architetto che si vede coinvolto in un contenzioso per un’opera magari completata anni prima?

“Parto dal problema di fondo: oggi la normativa è a dir poco assurda, perché penalizza chi esercita una professione tecnica e, con lui, anche gli eredi che non c’entrano nulla. In qualsiasi altro settore la responsabilità ha una durata determinata: se io vendo un servizio, da quel momento scattano 3, 5 o 10 anni di garanzia. Per il professionista tecnico, invece, non esiste un momento di partenza certo. Oggi la legge dice che la responsabilità decorre per 10 anni dal momento in cui il danno viene rilevato, non da quando il lavoro è stato fatto. Questo vuol dire che se ho costruito un appartamento trent’anni fa e dopo trent’anni si scopre un problema, il tecnico può essere chiamato in causa per altri 10 anni a partire da quella scoperta. Un geometra che ha lavorato a 50 anni si può trovare, a 80 o 90 anni, a dover rispondere di un danno di cui magari non ha più nemmeno la documentazione per difendersi. E se nel frattempo è morto, gli eredi rispondono non solo con il patrimonio ereditato, ma anche con il proprio. La novità della nostra proposta è porre un termine certo: 10 anni a decorrere dalla conclusione del lavoro, non da quando il danno viene rilevato. Questo fa da cuscinetto e tutela sia il professionista che i suoi eredi”.

C’è poi il tema della responsabilità delle imprese esecutrici: cosa cambia con la sua proposta?

“Oggi i tecnici vengono chiamati a rispondere anche di danni causati in realtà da inadeguatezze dell’impresa costruttrice. Ma se l’impresa chiude o fallisce dopo 5, 10, 15 anni, l’unico rimasto a rispondere resta il professionista, anche per gli errori altrui. Anche qui la soluzione è un obbligo di polizza assicurativa che duri 10 anni, a prescindere da morte o pensionamento del tecnico, con risarcimento diretto, come avviene già per le assicurazioni auto. Un vantaggio in più per il cittadino. Inoltre, proponiamo di estendere l’obbligo assicurativo anche alle imprese: oggi esiste solo per i lavori sopra una certa soglia, quelli degli appalti pubblici. Noi lo estendiamo a tutti i lavori: anche chi rifà la propria mansarda dovrà avere una polizza, così chiunque abbia pagato un’opera sa di avere una copertura a cui rivolgersi. È una proposta che dà maggiore sicurezza ai professionisti e agli eredi, e maggiori garanzie all’utente finale. E aggiungo: ha già raccolto adesioni trasversali, da Chiara Gribaudo del Pd a esponenti del M5S e di altre forze di minoranza. È una proposta super partes: nasce da me e dal confronto con le professioni tecniche, ma è condivisa con tutto l’arco parlamentare, a dimostrazione che sappiamo anche convergere, non solo urlarci contro.”

Lei ha anche annunciato un emendamento per allargare l’equo compenso a tutti i clienti e agli appalti pubblici, dicendo che la norma attuale “non è mai decollata”. Cosa manca ancora per renderlo davvero efficace?

“L’equo compenso è una battaglia che porto avanti da tempo, ma oggi ha un limite: non è estesa a tutti i clienti dei professionisti. Vale solo per i grandi interlocutori – banche, imprese, poche realtà di dimensioni importanti. Ma la stragrande maggioranza dei clienti di un geometra, o di un commercialista, sono clienti più piccoli, ai quali oggi l’equo compenso non si applica.

Se un principio è equo, deve valere per tutti, non solo per una parte. Nella prossima legge di bilancio, punterò ad estendere l’equo compenso a tutti i clienti dei professionisti, grandi e piccoli, per rendere davvero applicabile una norma che oggi è un bel principio affermato, ma di applicazione ristretta. E lo stesso vale per gli appalti pubblici: anche l’Autorità Anticorruzione dovrebbe iniziare a ragionare come noi su questo, perché un professionista che fattura troppo poco può essere più esposto al rischio di essere spinto verso comportamenti illeciti. Su questo dico alla presidente Meloni: bene aver fatto questa norma, ma ora bisogna renderla davvero applicabile.”

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Sul tavolo c’è un possibile ridisegno dell’Irpef per l’autunno: qual è la vostra proposta?

“Vorremmo alzare a 60mila euro la soglia dell’aliquota del 33%. È un intervento pensato per dare una risposta al ceto medio, che è in difficoltà da diversi anni. Non è la panacea di tutti i mali, ma è un ulteriore segnale che, unito alle scorse leggi di bilancio, potrebbe essere ben accolto.”

La Lega spinge da tempo per allargare la flat tax fino a 100mila euro, ma la misura viene sempre rimandata per mancanza di coperture. È un obiettivo realistico per questa manovra?

“Impossibile e possibile hanno confini labili in politica, ma vorrei sperare che in questa legge di bilancio, o nelle prossime, questo obiettivo possa essere realizzato. Nel frattempo, però, proporrei un passo intermedio, per cui ho già presentato una proposta di legge: estendere ai giovani in regime forfettario la possibilità di mantenere quel regime agevolato anche se si associano tra loro. Oggi, se un giovane professionista si associa per creare una società, perde il beneficio del forfettario: è un limite assurdo, perché tutte le teorie economiche dicono che le professioni dovrebbero associarsi. Significa offrire servizi più completi al cliente e ridurre il peso dei costi fissi. E un altro capitolo che merita attenzione nella prossima manovra è il concordato preventivo biennale, lo strumento che permette a partite IVA e professionisti di concordare in anticipo con il Fisco reddito imponibile e imposte per due anni.”

Restando sui giovani: c’è anche il tema di chi, dopo la laurea, decide di lasciare l’Italia. È un problema che pensate di affrontare anche sul piano fiscale?

“Assolutamente sì: una tassazione ridotta, al 15%, per i neolaureati. L’Italia forma i laureati e poi li perde: importiamo manodopera poco qualificata, quando va bene, e quando va male importiamo altri problemi, mentre lasciamo espatriare i giovani qualificati che abbiamo formato a spese dello Stato. E questo incide anche sulla natalità: se un giovane se ne va all’estero, non paga le tasse qui, non mette su famiglia qui. Servirebbe che la Ragioneria dello Stato avesse un atteggiamento meno ‘contabile’ su questi temi: trattenere i nostri giovani è un servizio al Paese, soprattutto di fronte all’inverno demografico. Io propongo una tassazione al 15% per i neolaureati: tratteniamo i nostri giovani e, di fatto, l’impatto per le casse dello Stato è pari a zero, perché altrimenti quei giovani se ne andrebbero comunque senza pagare nulla qui.”

Restando sui temi economici, a sinistra rivendicano da anni battaglie su ambiente e transizione ecologica, anche imponendo vincoli e obblighi alle imprese. La green economy è, anche per voi, un obiettivo non più trascurabile?

“Sulla legge di bilancio, credo che si potrebbe investire un po’ di più su questo tema, ma con un approccio diverso da quello della sinistra. A sinistra la green economy viene vista come un obbligo: l’economia circolare diventa quasi un dogma imposto. Io credo invece che sia, a tutti gli effetti, una battaglia di destra, perché mira all’autosufficienza del Paese. Siamo enormemente dipendenti dalle materie prime che arrivano dall’Oriente e dalla Cina: quanto più siamo capaci di riciclare e rimettere in circolo i prodotti, tanto meno dipendiamo dall’esterno. La destra dovrebbe intestarsi questa battaglia e creare le condizioni perché Stato e imprese vadano in quella direzione. Agevolare, non obbligare.”

Esteri, difesa, spesa militare

Sul fronte spese militari: qual è la sua posizione sull’aumento degli investimenti in difesa?

“Prima di dire ‘dobbiamo spendere di più’, io dico: spendiamo bene. L’Europa ha una spesa militare che è circa tre volte quella della Russia, quindi il problema non è solo di quantità ma di razionalizzazione. Bisogna puntare a una difesa comune europea, che porti all’autosufficienza. Torno a De Gasperi e alla sua lungimiranza: vedeva nella difesa comune europea la soluzione per la crescita del nostro Paese. Cerchiamo di spendere meglio, con l’obiettivo finale dell’autonomia militare dell’Europa e dell’Italia.”

Sul fronte internazionale, Meloni ha puntato molto sul ruolo dell’Italia come ponte tra Europa e Stati Uniti, anche se i rapporti si sono ultimamente incrinati. Lei come giudica questa strategia, e c’è secondo lei un ruolo diverso che l’Italia dovrebbe giocare oggi sullo scacchiere internazionale?

“Gli Stati Uniti sono il nostro alleato, ma credo che non abbiamo colto fino in fondo le opportunità di collaborazione che l’amministrazione Trump ha messo sul tavolo per il nostro Paese. È un dato su cui riflettere: Trump si aspettava probabilmente una maggiore reattività da parte nostra. Spero che questo margine si possa recuperare nei prossimi anni. Ma c’è un punto più profondo. Meloni ha cercato, con capacità che le riconosco, di fare da ponte tra Europa e Stati Uniti. Io credo che il vero ruolo dell’Italia oggi dovrebbe essere un altro: fare da ponte tra Stati Uniti e Russia. È questo che chiedo alla presidente Meloni: non limitarsi al ponte tra Ue e Usa, che può essere un’ambizione personale legittima, ma riportare l’Italia al centro di un dialogo per la pace tra Washington e Mosca.

Rompere del tutto i rapporti con Mosca sarebbe quindi un errore?

“Si. La verità è che non possiamo permetterci di rompere del tutto i ponti con la Russia: è impossibile azzerare quei rapporti, e sarebbe un errore anche solo per ragioni economiche e geopolitiche. Se lasciamo la Russia nelle mani della Cina e degli imperialismi orientali, il danno per l’Occidente sarebbe enorme. L’Italia deve tornare a essere uno snodo, un ponte tra Russia e Stati Uniti, ma per farlo deve riaprire immediatamente i rapporti con Mosca. E questo non significa affatto essere nemici dell’Ucraina.”

Un’ultima domanda sul fronte interno. Lei è anche presidente di LCD: qual è oggi il ruolo di questa componente nella Lega e nel centrodestra?

“Noi siamo diversi dalla Lega, ma condividiamo con il partito molti punti in comune. Penso all’immigrazione: per noi chi arriva in Italia con la volontà di integrarsi deve avere pari opportunità, mentre chi viene qui per delinquere e stravolgere le regole va trattato con la massima fermezza.”

Non proprio il punto di vista di Roberto Vannacci…

“Ho il massimo rispetto per il generale Vannacci. Voglio credere che lui ne parli come ne parlo io: essere molto duri con chi delinque, e aperti verso chi ha davvero disponibilità a integrarsi. Noi portiamo avanti alcune battaglie precise. La più importante riguarda le Province: per noi dovrebbero tornare a essere l’ente locale centrale. L’Italia è un Paese di Province, prima ancora che di Regioni: un italiano si sente modenese, riminese, pesarese, prima che emiliano-romagnolo o marchigiano. Vogliamo restituire alle Province un ruolo forte, con un collegamento diretto con l’amministrazione, un modello che pensiamo sia esportabile in tutto il Paese.

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