di Andrea Deugeni
e Alberto Maggi
Un clamoroso autogol politico quello di Luigi Di Maio, dettato dal più spregiudicato calcolo da parlamentare della Prima Repubblica. Per superbia e mancanza di statura da statista, strada che ha scelto di seguire, ricorda lo stesso stile renziano del “Fassina chi?” sfoderato dall’ex acerrimo nemico fresco di scalata a inizio 2014 alla segreteria Dem.

Con una decisione sorprendente che mira a delegittimare ulteriormente l’avversario, Di Maio ha annullato il confronto tv con Matteo Renzi, dopo essere stato lui stesso a lanciare il guanto della sfida lo scorso fine settimana al segretario del Partito Democratico ed aver mobilitato – per niente – le redazioni e le strutture di due intere emittenti televisive.
È vero che l’ex premier ha subito una pesantissima sconfitta in Sicilia e ad Ostia, e che ora il vero competitor dei grillini è il Centrodestra, ma così facendo il vicepresidente della Camera fugge e, di fatto, rilancia Renzi anziché dargli il colpo di grazia.
La decisione del candidato premier di Beppe Grillo rischia di essere un boomerang per i pentastellati che, nonostante l’inadeguatezza di Virginia Raggi rispetto alle alte aspettative innescate dal mandato del Movimento al Campidoglio, hanno dimostrato di tenere ad Ostia e in Sicilia e, nonostante la sconfitta di Cancelleri, sono comunque il primo partito.

Stufi di decenni della politica di Palazzo – la stessa che i grillini hanno giustamente attaccato – i cittadini ora vogliono il trionfo dei valori, come il rispetto della parola data, dell’impegno preso e della coerenza fra il dire e l’agire, anche se dall’altra parte, per dirla alla Grillo, ci sono l’”ebetino” e gli “zombie del Pd“. E lo stesso Renzi, che sta pagando tutta la sua spregiudicatezza a partire da quell’”Enrico stai sereno” per cui il tempo, da buon galantuomo, gli sta presentando il conto, ne sa qualcosa.
Con questa scelta, Di Maio dimostra di non essere pronto per governare il Paese e, visto il flop del segretario Dem nelle urne siciliane e le divisioni tra Pd e Articolo 1, regala un’autostrada al Centrodestra dell’incredibilmente rinato Berlusconi e dello scaltramente sempre meno padano (e sempre più nazionale) Matteo Salvini.
Senza il palcoscenico della sana dialettica programmatica interna ai 5 Stelle per mancanza di sfidanti, Di Maio non ha solo perso un’occasione per dimostrare la forza, l’inattaccabilità e la giustezza delle idee pentastellate rispetto a quelle Dem per governare il Paese e far vedere ai cittadini che, in fin dei conti, per trattare con i falchi di Merkel&C (lì è la vera partita) sarebbe più efficace lui di Renzi. Il candidato premier grillino ha perso un’occasione anche per far capire al grande pubblico che il vero giovane rottamatore dell’ottuagenario Berlusconi e dei politici della Prima Repubblica è lui. E non l’”ebetino” degli scenografici allestimenti 2.0 della Leopolda. Peccato.

