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Politica
Di Maio contro Di Maio. Le contraddizioni. Così il ministro rinnega se stesso

M5s, la scissione di Di Maio e le falle nel discorso d’addio

Il divorzio di Luigi Di Maio dal Movimento cinque stelle si è consumato da poche ore, ma già cominciano a emergere con forza le contraddizioni di quest’“operazione verità”, per dirla con le parole che ha usato il ministro degli Esteri ieri sera. Ebbene sì: si è guadagnato la scena nel giorno del solstizio d’estate, ma lo scacco matto di Gigino a Giuseppe Conte, a ben guardare, non è riuscito. L’obiettivo era proprio sfruttare l’abbrivio della risoluzione in Parlamento per giustificare l’abbandono della casa madre. Peccato, però, che il M5s, pur a costo di dare ancora una volta l’impressione di un partito tutto fumo e niente arrosto, ha votato a favore del documento. Tant’è che una esponente di Forza Italia come la senatrice Licia Ronzulli ha avuto buon gioco ieri stesso nell’osservare: “Visto che il gruppo dei Cinque stelle al Senato ha votato la risoluzione, perché questa rottura se non per prepararsi a qualcos'altro?”.

 

 

di maio tweet
 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Salta subito all’occhio, inoltre, il tempismo con cui l’operazione è stata conclusa. Guarda caso prima che l’Elevato Beppe Grillo calasse su Roma (trasferta che a questo punto pare sia saltata) e prima che il nodo sulla regola aurea del doppio mandato venisse al pettine. Una questione, a onor del vero, che teneva sulle spine tanti dimaiani e continua a creare patemi tra diversi contiani. Ma torniamo alla scissione.

E’ vero che un’operazione come quella messa a segno ieri un minimo di preparazione l’avrà richiesta. Probabile, e nulla di male in questo, che Di Maio avesse messo al corrente già a suo tempo il primo ministro Mario Draghi. E’ stato anche al Colle dal presidente della Repubblica, quel Sergio Mattarella di cui nella sua fase movimentista era arrivato a chiedere l’impeachment, salvo poi scusarsi.

Ma rimane pur sempre una mossa consumata in fretta e furia. E la gatta frettolosa, si sa, fa i gattini ciechi. Le contraddizioni, non a caso, oggi lo inchiodano. A cominciare dal quel “l’uno vale l’altro” che ribalta completamente la narrazione decennale del Movimento. L’uno vale uno, per tradizione, non ha a che fare con l’appiattimento e il disprezzo del merito e delle competenze, come hanno sempre sostenuto più o meno strumentalmente gli avversari del M5s, ma con la rappresentanza, l’assenza di filtri e deleghe, in definitiva con la possibilità che ognuno ha di partecipare alle decisioni in prima persona. Ieri, però, l’ex capo pentastellato ha usato l’argomento dei detrattori storici dei grillini, facendo riferimento proprio ai talenti individuali.

E che dire, poi, dei j’accuse sferrati dal Movimento pure durante la leadership di Di Maio a chiunque lo abbandonasse? Anche qui era tutto un susseguirsi di “tradimento agli elettori”, “abbandoni per tenersi i soldi” e soprattutto richieste di dimissioni dalle cariche elettive. Oggi si scopre che per Di Maio e i suoi non vale. Appena tre settimane fa, inoltre, quando l’europarlamentare Dino Giarrusso decise di sbattere la porta, il ministro aveva commentato: "Se qualcuno non è d'accordo può restare nel Movimento e portare avanti le sue idee".  Delle due l'una: o ha cambiato idea in questo breve arco temporale oppure ha altri piani. 

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