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Dopo lo scontro con Trump e l’arrivo di Vannacci, per Giorgia Meloni è il momento delle scelte

Il raffreddamento dei rapporti tra Palazzo Chigi e il mondo MAGA riapre il dibattito sulla collocazione politica di Giorgia Meloni e sulla tenuta della sua maggioranza

Dopo lo scontro con Trump e l’arrivo di Vannacci, per Giorgia Meloni è il momento delle scelte

Meloni al bivio: tra identità sovranista e svolta liberal-conservatrice, è il momento delle scelte. Il commento

Esiste un momento nella vita di ogni leader politico in cui bisogna decidere cosa si vuole essere. Il capo di una parte o il rappresentante di una nazione, l’interprete di una protesta o il costruttore di una stagione politica destinata a durare. Credo che Giorgia Meloni sia arrivata esattamente a quel punto. La progressiva distanza che si è creata tra Palazzo Chigi e il mondo MAGA non è soltanto una questione di rapporti personali o di convenienze diplomatiche. È qualcosa di più profondo. È la presa d’atto che governare un Paese del G7 richiede responsabilità, affidabilità e una collocazione internazionale che non può essere continuamente messa in discussione dagli umori degli estremismi.

In questi anni Meloni ha spesso utilizzato toni e linguaggi tipici della destra identitaria. Fa parte della sua storia politica. Ma quando si osservano gli atti concreti del suo governo emerge una realtà diversa. Sul sostegno all’Ucraina, sull’appartenenza all’Alleanza Atlantica, sul rapporto con l’Unione Europea e sul posizionamento internazionale dell’Italia, le sue scelte sono state sostanzialmente coerenti con la tradizione occidentale ed europea. Ed è proprio questa contraddizione apparente che oggi apre una possibilità politica enorme. Se Meloni vuole davvero lasciare un segno nella storia politica italiana, dovrebbe compiere quella che negli scacchi viene chiamata la mossa del cavallo: smettere di guardare alla sua destra e iniziare a guardare al centro. La Lega appare da tempo in una fase di progressivo ridimensionamento. L’emergere di figure come Vannacci spinge ulteriormente verso posizioni identitarie e radicali che possono essere utili per conquistare qualche titolo di giornale, ma difficilmente rappresentano una prospettiva di governo per un grande Paese occidentale. Continuare a dipendere da certi estremismi significherebbe accettare un limite permanente alla propria azione politica.

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Al contrario, Meloni avrebbe oggi l’opportunità di costruire qualcosa di completamente diverso: una grande area liberal-conservatrice che abbia come pilastri Fratelli d’Italia e Forza Italia e che si apra a tutte quelle forze centriste che condividono una visione occidentale, europeista, atlantica e riformatrice. Calenda, Renzi, Picerno, Marattin e gran parte del mondo moderato non possono realisticamente convivere in una coalizione dominata dalla sinistra. Ma allo stesso tempo non possono accettare una coalizione condizionata dalle pulsioni sovraniste più radicali. Esiste quindi uno spazio politico enorme che oggi nessuno occupa davvero. Una coalizione di questo tipo avrebbe almeno tre vantaggi. Il primo sarebbe elettorale. Di fronte a un grande blocco liberal-conservatore, il centrosinistra rischierebbe di tornare a essere percepito come una coalizione prevalentemente orientata a sinistra. Il secondo sarebbe programmatico. Molte delle competenze migliori presenti nell’area moderata italiana potrebbero finalmente contribuire a un progetto di governo comune, superando una frammentazione che dura da anni. Il terzo, e più importante, sarebbe internazionale. L’Italia si presenterebbe con una collocazione chiara, stabile e inequivocabile nel campo delle democrazie occidentali, senza dover continuamente spiegare le ambiguità o le uscite di qualche alleato troppo attratto dalle sirene del populismo.

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Forse il vero problema del governo Meloni non è stato il suo posizionamento internazionale. Su quel terreno, piaccia o meno, la linea è stata abbastanza chiara. Il limite è stato piuttosto la difficoltà nel trasformare quella credibilità in una stagione di crescita economica, di riforme più coraggiose e di maggiore attrazione degli investimenti. Ma anche questo limite ha una causa politica. È difficile accelerare quando si è costretti a tenere insieme culture incompatibili tra loro. È difficile fare riforme liberali quando una parte della coalizione continua a ragionare secondo categorie populiste. Per questo il tempo delle ambiguità potrebbe essere finito. Se Giorgia Meloni vuole essere ricordata come la leader che ha portato la destra italiana al governo, può continuare sulla strada attuale. Se invece vuole essere ricordata come la leader che ha costruito una nuova grande area liberal-democratica e conservatrice, capace di governare per un decennio e di modernizzare il Paese, deve avere il coraggio di compiere una scelta. Le occasioni storiche hanno una caratteristica particolare: passano una volta sola. E questa, forse, è una di quelle.

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