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Politica
Draghi equilibrista tra Pd e Lega. Così si muove tra Letta e Salvini
Letta Salvini Lapresse

Mario Draghi l'equilibrista. Usano questa definizione in Parlamento per descrivere l'atteggiamento del presidente del Consiglio, alla prese con la costante e quotidiana guerra mediatica tra la Lega e il Partito Democratico. Guerra che continuerà - e i toni sono destinati ad alzarsi - fino alle elezioni comunali di ottobre.

Sul fronte dell'immigrazione irregolare, sottolineano diversi osservatori politici, il premier segue più la via di Enrico Letta e meno quella di Matteo Salvini. Nessuna chiusura dei porti e nessun blocco degli sbarchi, come invece aveva fatto il segretario del Carroccio quando era ministro dell'Interno del Conte I, ma la solita litania, condita da parole roboanti e minacce a vuoto, sull'Europa che deve (e dovrebbe) fare di più. Una litania, appunto, perché tutti sanno perfettamente anche nella maggioranza che dai Paesi europei (esclusi quei pochi che si affacciano sul Mar Mediterraneo) non arriverà alcun aiuto sui ricollocamenti. La prima a voltare la faccia dall'altra parte è la Germania, dove il partito di governo, i cristianodemocratici dell'uscente Angela Merkel, sanno perfettamente che se accettassero i migranti che arrivano in Italia, o quantomeno una quota, finirebbero per scendere ulteriormente nei sondaggi (in vista delle elezioni per il rinnovo del Bundestag di fine settembre) a favore della destra di Afd (facendo così un favore ai Verdi e alla sinistra tedesca).

Se sul tema dell'immigrazione Draghi pende verso il Pd, su quello economico è certamente più vicino alle istanze della Lega. Il primo punto è lo schiaffo rifilato a Letta dopo la proposta di tassare i ricchi per regalare una dote ai 18enni, "è il momento di dare e non di prendere", una risposta secca che liquida con poche parole una storica battaglia della sinistra.

Non solo. Nel Decreto Sostegni bis sono state accolte moltissime istanze del Carroccio, in particolare sul fronte dei ristori alle Partite Iva, ai commercianti e alle categorie maggiormente penalizzate dalle restrizioni anti-Covid, con il criterio innovativo del calcolo sulla perdita del fatturato. C'è poi il tema delicato e spinoso della fine del blocco dei licenziamenti, con una decisione del governo - sostenutta da Draghi anche ieri - che alla fine è andata più verso le richieste di Confindustria che non verso quelle dei sindacati dei lavoratori, e non a caso Landini & Co. sono sul piede di guerra. Una decisione che certamente va incontro almeno in parte alle istanze del Nord produttivo base elettorale della Lega, ma che lascia l'amaro in bocca ai partiti di sinistra ancora legati alla Cgil.

Anche sulle cartelle esattoriali, nonostante il compromesso al ribasso che però potrebbe essere presto rivisto e allargato, Draghi ha scelto di sposare più la linea di Salvini che non quella di Letta. Resta da vedere che cosa accadrà con la riforma fiscale. La Lega sa perfettamente che la flat tax non è realizzabile con l'esecutivo di larghe intesa, ma ha messo a punto tutta una serie di misure ponte, da attuare subito, che stanno trovando ascolto al Mef e a Palazzo Chigi.

In questa sfida quotidiana tra Salvini e Letta chi resta fuori dai giochi è ai margini sono Forza Italia nel Centrodestra (che però nei sondaggi non va oltre il 7%) e soprattutto il M5S, sempre più isolato e ininfluente. Non a caso cresce l'irritazione tra i parlamentari pentastellati anche nei confronti del Pd e di Letta proprio per un atteggiamento che punta a creare una dicotomia tutta Carroccio-Partito Democratico che mette i 5 Stelle ai margini.

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