Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Politica » Fazzolari, la mente del melonismo che guarda già al 2027: il voto a giugno, il Quirinale e…

Fazzolari, la mente del melonismo che guarda già al 2027: il voto a giugno, il Quirinale e…

Il rapporto con Giorgia Meloni, costruito attraverso anni di militanza comune

Fazzolari, la mente del melonismo che guarda già al 2027: il voto a giugno, il Quirinale e…
giovanbattista fazzolari, armi nelle scuole

Fazzolari, la mente del melonismo che guarda già al 2027

Ci sono uomini politici che cercano il potere attraverso la visibilità e altri che lo esercitano senza avere bisogno di occupare quotidianamente la scena. Giovanbattista Fazzolari appartiene decisamente alla seconda categoria. Questo aiuta a comprendere il peso politico dell’intervista concessa a Salvatore Merlo sul Foglio.

Perché quando parla uno degli uomini più ascoltati da Giorgia Meloni, soprattutto se abitualmente poco incline alle interviste, difficilmente le sue parole possono essere liquidate come semplici considerazioni personali. Messinese, classe 1972, laureato in Economia alla Sapienza, Fazzolari ha alle spalle militanza ed esperienza istituzionale. Consigliere giuridico quando Meloni era vicepresidente della Camera, poi capo della segreteria tecnica al ministero della Gioventù, ha contribuito a costruire il programma di Fratelli d’Italia, che ha guidato fin dalla fondazione del partito nel 2012. Senatore dal 2018, oggi è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’attuazione del programma.

Ma il curriculum racconta solo metà della storia. L’altra riguarda il rapporto con Giorgia Meloni, costruito attraverso anni di militanza comune, battaglie politiche e soprattutto un lavoro quotidiano che ha trasformato una piccola forza di opposizione nel partito centrale del sistema politico italiano. C’è chi lo definisce il Richelieu della premier, chi preferisce l’espressione eminenza grigia. Etichette riduttive. Fazzolari non sembra interessato a costruire un proprio protagonismo, né a coltivare una corrente personale.

La sua influenza nasce da un fatto raro: conosce il progetto di Meloni perché ha contribuito a scriverlo quando pochi credevano che potesse diventare un programma di governo. Del resto, il suo lavoro non si esaurisce nella gestione dei rapporti politici. E sarebbe un errore considerare Fazzolari soltanto il consigliere più ascoltato da Giorgia Meloni, l’uomo dei programmi e delle strategie.

Il suo lavoro a Palazzo Chigi ha anche numeri concreti. Secondo l’ultima relazione del Dipartimento che dirige, aggiornata al 30 giugno 2026, su 403,47 miliardi di euro stanziati dai provvedimenti legislativi dell’esecutivo, ben 400,57 miliardi, pari al 99,3%, sono stati resi disponibili. A questi si aggiungono altri 9,62 miliardi sbloccati attraverso l’attuazione di provvedimenti ereditati dai governi precedenti, portando il totale delle risorse utilizzabili a oltre 410 miliardi.

Non sono somme già spese, ma fondi resi utilizzabili. Ancora più significativo, per comprendere il metodo di lavoro di Fazzolari, è il dato sulle norme immediatamente applicabili, passate dal 18% all’inizio della legislatura al 54% del giugno scorso. Fazzolari conosce entrambi i linguaggi, quello della militanza e quello dell’amministrazione. Ed è forse qui che va ricercata una parte considerevole della sua intelligenza politica. Fazzolari conosce entrambi i linguaggi, quello della militanza e quello dell’amministrazione. Ed è forse qui che va ricercata una parte considerevole della sua intelligenza politica. La lunga intervista lascia intravedere la strategia con cui Meloni e il suo gruppo dirigente intendono affrontare i prossimi anni.

Il primo elemento, tutt’altro che secondario, riguarda la data delle elezioni politiche del 2027. Fazzolari ha indicato due possibili scadenze, settembre e giugno, sottolineando come la seconda consentirebbe al governo che uscirà dalle urne di preparare la legge di bilancio senza gli affanni del 2022. Una motivazione tecnica con un preciso significato politico. Un voto a giugno permetterebbe infatti di affrontare la campagna elettorale prima della pausa estiva, sfruttare l’eventuale coincidenza con le amministrative e soprattutto lasciare alla nuova maggioranza il tempo necessario per organizzare la legislatura e impostare la politica economica.

Non è poco, soprattutto per una presidente del Consiglio che ha fatto della stabilità uno degli elementi centrali della propria identità politica. L’ipotesi sembra trovare ascolto in settori importanti di Fratelli d’Italia. Francesco Filini non l’ha esclusa e Fabio Rampelli ha indicato nell’election day una possibile soluzione. Diversa, almeno per il momento, la sensibilità degli alleati: Antonio Tajani preferirebbe arrivare alla scadenza della legislatura e anche nella Lega prevale la prudenza. Meloni, dal canto suo, ha definito premature queste discussioni.

Eppure il dato politico rimane. Se un uomo prudente come Fazzolari decide di mettere pubblicamente sul tavolo l’opzione giugno, significa quantomeno che quella possibilità è entrata nel ragionamento strategico della maggioranza. Non è una decisione, ma neppure una fantasia. C’è poi la durata del progetto meloniano. Fazzolari non sembra immaginare l’attuale esperienza di governo come una parentesi destinata a chiudersi con questa legislatura. Punta piuttosto a consolidare una destra di governo capace di attraversare più legislature, costruendo una classe dirigente e un’identità conservatrice riconoscibile anche sul terreno istituzionale. È in questa prospettiva che acquista significato il passaggio sul Quirinale.

Fazzolari esclude una candidatura di Meloni nel 2028, pur lasciando intendere che in futuro potrebbe diventare una figura adatta a quel ruolo. Per il prossimo appuntamento immagina invece un presidente della Repubblica di cultura conservatrice, ma capace di rappresentare l’intero Paese. Una distinzione precisa. Meloni, almeno secondo il ragionamento del suo più stretto collaboratore, deve continuare a guidare il governo. Il Quirinale rappresenta invece un altro terreno sul quale misurare la maturità istituzionale della destra italiana.

Dopo aver conquistato Palazzo Chigi, l’obiettivo politico è dimostrare di poter esprimere anche una personalità capace di ottenere un riconoscimento che vada oltre i confini della propria coalizione. In questo disegno si inserisce anche la scelta di chiudere la porta a Roberto Vannacci, accostato da Fazzolari a Giuseppe Conte per la capacità, a suo giudizio, di modificare le posizioni secondo le convenienze del momento. Una battuta destinata a fare rumore, ma che contiene un messaggio più profondo: il centrodestra non può sacrificare la propria credibilità di governo sull’altare di qualche punto percentuale.

Non è un caso che proprio mentre si discute della nuova legge elettorale, Fazzolari insista sulla necessità di coalizioni riconoscibili, guidate da leader credibili e sufficientemente omogenee da poter governare. La sua è anche una risposta indiretta alle contraddizioni del campo largo, dove il problema non è soltanto trovare un candidato comune, ma conciliare posizioni assai distanti su politica estera, sicurezza, economia e rapporti internazionali. Su questo terreno il sottosegretario non concede ambiguità.

La difesa dell’Ucraina, l’ancoraggio occidentale dell’Italia e la fermezza del presidente Mattarella appartengono a una visione della politica estera che non può essere continuamente rimessa in discussione per esigenze elettorali. La stabilità, nella sua lettura, non è soltanto una questione di numeri parlamentari, ma anche di affidabilità internazionale. Resta un particolare rivelatore. Fazzolari è uno degli uomini che conoscono più da vicino la premier, eppure ha costruito la propria influenza senza trasformare quella vicinanza in un’esibizione quotidiana. In un sistema politico nel quale il rapporto personale con il leader viene spesso ostentato come un titolo di merito, la sua riservatezza costituisce quasi un’eccezione.

Ed è probabilmente anche per questo che Meloni continua ad affidargli un ruolo tanto delicato. Non soltanto quello di consigliere politico, ma soprattutto quello di custode della coerenza tra il progetto che ha portato Fratelli d’Italia al governo e le decisioni che dovranno consentirgli di restarci. “Fazzolari non parla mai a caso, la sua intervista è come un manifesto. E dietro si cela la strategia di creare un grande partito conservatore che non è mai esistito in Italia, che possa attirare anche quelle forze moderate che ancora non si riconoscono in Fdi. Ed è anche per questo che un’alleanza con Vannacci è quantomeno improbabile.” dice un fedelissimo della premier e del “Fazzo”, come viene definito dagli amici più intimi.

E il discorso sembra perfettamente in linea con quanto dice o allude il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. La sfida che Fazzolari e la Meloni sembrano avere davanti è più complessa: contribuire a trasformare una vittoria politica in una stagione destinata a durare. È questo, più delle battute sulle alleanze o sulle elezioni, il messaggio che arriva dalla stanza dell’uomo che, lontano dai riflettori, continua a lavorare all’architettura del melonismo.