Non c’era il sindaco Giuliano Pisapia. Non c’era il prefetto di Milano. E non c’erano autorità di sorta nei banchi di prima fila a destra rimasti vuoti e occupati infine da cittadini comuni.
In fondo alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie, a due passi dall’Ultima Cena di Leonardo, a titolo del tutto privato, seminascosto, si intravvedeva appena il presidente del consiglio comunale di Milano Basilio Rizzo. Stop.
Un po’ grave, no?, che nella metropoli dei diritti e della tolleranza, la città che ha appena santificato un altro intellettuale forse politicamente meno destabilizzante e più politically correct come Umberto Eco, un eretico come Gianroberto Casaleggio sia stato lasciato solo, nella sua bara di mogano, anche nel giorno della sua uscita di scena definitiva.
Paura dei fischi? Distanza politica (ma anche umana), disagio nel mescolarsi con un movimento politico come il 5 Stelle, profondamente contro? Chissà.
Certo quel vuoto, quei banchi che pure fino all’ultimo e per tacita consuetudine erano stati tenuti sgombri dalla folla in piedi che pur premeva sotto le due navate laterali, simboleggiava molto bene la rottura profonda, la radicale diversità che ha rappresentato Casaleggio e la sua creatura politica.
Una messa molto sobria, cellulari e tablet rigorosamente spenti, grande compostezza ma molta commozione tra i leader, con un Di Battista più spettinato del solito e in lacrime che ha pregato molto e ha fatto la Comunione, applausi lunghissimi e scroscianti ma solo alla fine dopo il veloce intervento, anch’esso asciutto e rigoroso, ma altamente denso e istruttivo di Davide Casaleggio con quelle “due parole su mio padre”, al termine della messa, “per spiegare chi era ai molti che non lo conoscevano essendo riservato e allergico ai riflettori”.
Un figlio che si dice orgoglioso di suo padre e usa usa alcuni aggettivi per firmare l’ultimo saluto pubblico.
Si apprende così che il guru del M5S era un “ostinato”: “Sua zia mi raccontava che da piccolo per ottenere il suo giornalino non faceva i capricci, si stendeva sui binari del tram. E lo otteneva”.
“Battagliero”, tutti i giorni sul blog a lottare contro i troll, ossia coloro che entrano da anonimi nei forum con messaggi finti per distorcere e disturbare.
Gran lavoratore, “nessun giorno era veramente in vacanza, anche nel week end”.
“Audace, vedeva il futuro prima degli altri e ci credeva anche quando gli altri dicevano che non era vero”.
Aveva smesso di andare in ufficio solo nell’ultimo periodo, non riuscendo più a camminare, rivela il figlio.
E conclude il suo elogio funebre con una metafora molto efficace del pensiero di Casaleggio.

In un seminario di 50 persone, il formatore dà a ciascuno un palloncino e un pennarello, li invita a scriverci ognuno il proprio nome e a mettere il palloncino in una stanza.
Poi gli dice di entrare tutti e cinquanta nella stanza e li invita a ritrovare entro 5 minuti ciascuno il proprio palloncino. Spintoni, gomitate, disordine e confusione totali: allo scadere dei 5 minuti nessuno ha trovato il proprio palloncino.
Allora il formatore cambia le regole: ora ciascuno dei 50 partecipanti torna nella stanza dei palloncini, ne prende uno qualsiasi e lo consegna alla persona il cui nome vi trova impresso.
Svolta, in pochi minuti ciascuno riesce ad avere in mano il palloncino col proprio nome.
La morale: tutti siamo alla ricerca frenetica della felicità, ciascuno la propria, spiega Davide ricordando suo padre. Ma invano. La felicità, insegna l’aneddoto, sta negli altri, nella loro felicità, nella condivisione e nella collaborazione. “Mio mio padre non ha mai tenuto per sè i suoi palloncini. Li ha sempre dati agli altri”, è la conclusione di Davide.
“Chi sente di aver avuto un palloncino da mio padre lo tenga con cura. Chi sente di condividere il suo sogno non lo abbandoni mai. Come ha fatto lui. Fino alla fine”.



