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Politica
Fini finì come finì, per fini non fini
Gianfranco Fini

Meloni, dandogli retta, continua a fare l'errore più grande che potrebbe addirittura costarle la caduta

 
È riapparso Fini. Rivendica, col garbo che gli è proprio nel parlare, i suoi meriti di traghettatore, a Fiuggi, del suo vecchio partito, il Movimento Sociale Italiano, a cui era iscritta anche la Meloni, verso la democrazia degli anti-fascisti. Fondò Alleanza Nazionale. Sullo stesso filone abbiamo oggi Fratelli d'Italia. Senza entrare nel merito delle differenze tra i tre partiti, dovute ovviamente, soprattutto all'evoluzione dei tempi, limitandomi solo al suono e al significato immediatamente evocato dai tre nomi, dico, senza esitazione, di avere una netta preferenza per il primo nome. Movimento è il termine contrario dell'immobilismo. Sociale riguarda tutta la società. Italiano limita le ambizioni di modifiche della società, a quella italiana, per non puntare troppo sul globalismo e poi finire, come direbbe Tommaso di Lampedusa, col non cambiare nulla per voler cambiare tutto.
Questa è una premessa di tipo acustico estetico.                                                                  Ma veniamo a Fini.                                                                                                                         In questi giorni tutti i giornali hanno riparlato del vecchio alleato di Berlusconi, dal quale lo divideva in modo irreparabile, così da rendere impossibile l'alleanza, la voglia d'essere "il solo uomo al comando". Molti giornali, compreso Affaritaliani, hanno pubblicato analisi sul fenomeno Fini, scomparso dopo il flop del suo ultimo partito Futuro e Libertà. Flop attribuito da quasi tutti al suo eccessivo spostamento a sinistra.
La rielezione di Casini, addirittura nelle liste del PD, con oltre il 47%, in contrapposizione con l'istrionico Sgarbi, icona della destra colta, smentisce quella tesi.
Qui ricordo che il motivo della sua fine ingloriosa è sintetizzato nel titolo di questo articolo. La pietra tombale per Fini fu lo scandalo della casa di Montecarlo.                      Meglio non parlarne.
 

A parte questa importane puntualizzazione, di Fini non m’è mai piaciuto nulla. Lo definii, sin dall’inizio, il Mike Buongiorno della politica. Con tutto il rispetto per Mike, che però, non può essere un caso, ebbe “l’onore” d’un trattato addirittura di Umberto Eco. Ecco, non capisco perché Eco non ne abbia dedicato uno anche al Re dell’ovvio in politica, al Principe delle banalità e delle cose che più scontate non si può. Il Re dell’ovvio non poteva non avere la più scontata delle ambizioni: essere il Capo. E per fare il Capo s’era specializzato nello sfasciare tutti i partiti a cui ha aderito o che ha fondato. Un vero fantasista dei più beceri e abusati modi della prima repubblica. Divenne fascista per ripicca verso quei ragazzotti che non volevano farlo entrare nella sala dove proiettavano i Berretti verdi (quale motivazione altamente filosofica!). Con Almirante gli andò bene per via anagrafica, altrimenti avrebbe cercato d’accopparlo politicamente o avrebbe fondato un altro partito “di destra, ma diverso da quello di Almirante, solo par il fatto di non aver Almirante come capo carismatico”. Ma il MSI, con le sue radici ideologiche, non poteva permettere il decollo che Fini aspirava ad avere. Lo sdoganamento di Berlusconi gli aprì prospettive insperate. Ma doveva percorrere ancora molta strada, per farsi un’immagine credibile e accettabile. 

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