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Fra i due litiganti Di Maio-Salvini non godono i “terzi” Zingaretti-Berlusconi

Elezioni, fra i due litiganti Di Maio e Salvini non godono i “terzi” Zingaretti e Berlusconi

Fra i due litiganti Di Maio-Salvini non godono i “terzi” Zingaretti-Berlusconi
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Al di là della validità dei sondaggi elettorali che si sono spesso dimostrati poco attendibili se non proprio fasulli e al di là di aggiustamenti e strumentalizzazioni di numeri e percentuali, la partita vera del 26 maggio resta quella fra M5S e Lega, con gli altri partiti nel ruolo di outsider. Alla fine, chiuse le urne, quel che conta è il risultato finale complessivo. Stando al vento che tira, i numeri confermeranno il dato politico di fondo, con vincitori i partiti dell’attuale maggioranza di governo (pur in una diversa ridistribuzione di voti e quindi, poi, di potere) e sconfitti (pur con pesi elettorali e prospettive politiche diverse) i partiti di opposizione. Anche Berlusconi e Zingaretti giocano un’altra partita, la partita di chi, dato per battuto alle imminenti elezioni del 26 maggio, cerca rivincite puntando sulle disgrazie altrui, in questo caso sulle diatribe, per lo più baruffe-sceneggiate elettoralistiche, fra i leader dei due partiti di maggioranza, Di Maio e Salvini. Il capo di Forza Italia rischia di veder precipitare il suo partito ai minimi termini con percentuali a una cifra, sotto il 10% dei voti.

Il number one del Partito democratico punta tutto nel superare il flop del Pd renziano (18,7% alle politiche del 4 marzo 2018) e nel miracolo di diventare secondo partito davanti ai 5Stelle, magari solo per uno zero virgola. Pur con la fosca previsione di incassare circa la metà dei voti del Pd, Berlusconi può ambire a una medaglia di bronzo, consolandosi con il voto comunale dove Forza Italia, alleata in pasticciate coalizioni di centro-destra, andrà al governo in molte città. Zingaretti, all’opposto, con un Pd inchiodato attorno al risultato del 4 marzo 2018, vedrebbe crollare non poche giunte locali di centrosinistra in realtà storicamente di sinistra.

Per Berlusconi, se il braccio di ferro fra i due leader del M5S e della Lega debordasse in guerra aperta mettendo ko il “loro” governo, potrebbe aprirsi la prospettiva di una nuova maggioranza di centrodestra, con dentro anche FI e Salvini premier. Il rais di Arcore, pur con le orecchie basse, presto impegnato a “tempo pieno” nel parlamento europeo, potrebbe riadattare l’adagio andreottiano: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Poi chi vivrà vedrà, in un futuro dove s’imporrà una destrutturazione-ricomposizione politico-partitica del centro-destra a livello nazionale ed europeo. Invece, il nuovo segretario del Pd, in caso di mancata effettiva rimonta (un +1% o un +2% delle Europee rispetto alle disastrose politiche 2018 non mitigherebbe la delusione della base) e con il suo partito in ritirata anche nel potere locale e senza una prospettiva di realizzare a breve una alternanza politica e di governo, vedrebbe minata la propria leadership, con il pidì nell’ennesima ripartenza, in un infinito e autolesionistico gioco dell’oca.

Nel tentativo di recuperare quel “nostro popolo” – sfarinato per i fallimenti ideologici e per le deludenti prove di governo – magari tornando alla “Ditta” e ai “tamburi di latta” del secolo scorso, Zingaretti ha cercato e cerca di scaricare ogni colpa su Renzi e sul renzismo. Una critica giusta ma superficiale, una scorciatoia propagandistica per l’incapacità di analizzare e interpretare politicamente e culturalmente i cambiamenti epocali in atto in Italia e nel mondo e non capire le radici della sconfitta della sinistra ovunque e perché il voto di cambiamento degli italiani ha premiato forze come i 5S e la Lega. Se per recuperare consensi bastasse annunciare una svolta a sinistra, i cespugli alla sinistra del Pd, sarebbero cresciuti fino a diventare foreste quando invece restano piantine rinsecchite, senza frutti. In questo quadro, fra baruffe interne ai partiti alleati della maggioranza e con le opposizioni nel ruolo di spettatori, fra gli italiani crescono delusione e rabbia.

Così s’allarga la quota degli astenuti alle urne, aumentano gli indecisi (addirittura oggi riguarderebbero due elettori su tre!), elettori che sceglieranno in queste ultime due settimane se votare e per chi votare. E’ questa la fascia di elettori decisiva per spostare gli equilibri politici. Chi sono gli indecisi? Non è vero che sono tutti di una parte: elettori di sinistra delusi. Al di là delle etichette di comodo, delusi sono gli italiani: oltre il 55% ritiene che negli ultimi 12 mesi (sì, proprio il periodo del governo gialloverde con Conte premier) la situazione economia del Paese è peggiorata, per oltre il 42% è peggiorato anche l’ordine pubblico, per oltre il 48% l’economia peggiorerà ancora nei prossimi mesi. Insomma, (dati Censis) emergono insoddisfazione, incertezze, timori per il futuro, un pessimismo dilagante. In gioco non c’è un punto di percentuale in più o in meno di questo o quel partito alle elezioni e le carriere di leader e portaborse ma la tenuta e le prospettive del Paese.