In singolare sintonia, il “giornale-partito”-il cui editore ha la tessera numero 1 del PD-e il quotidiano, più vicino al M5S, sottolineano, oggi, le presunte “bugie” di Salvini, che Conte avrebbe evidenziato, ieri, in Senato. Ma, nel sistema democratico, gli elettori contano più della stampa e delle toghe politicizzate. E il ministro dell’Interno, che ha la larga fiducia degli italiani, deve. continuare a lavorare, nel governo Conte. No ai ribaltoni e no alle maggioranze alternative.
Sì al giornalismo di investigazione, no al giornalismo diffamatorio. Come ha detto, in Francia, l’ex ministro, de Rugy, costretto alle dimissioni da notizie di stampa su presunte cene, eleganti e costose, la Repubblica della delazione non è la Repubblica democratica, basata sulla divisione dei poteri.E non è rilevante la mozione di sfiducia, tardiva, del gruppo dirigente, diviso e tentennante, del PD, erede del vecchio PCI. Che incassava valigioni, pieni di rubli, dal PCUS e non ne ha mai risposto, nei tribunali penali del Paese.
Zingaretti non è Berlinguer e non è in grado di impartire lezioni sulla “questione morale” al governo Salvimaio. Così come inducono al sorriso e all’ironia le “lezioni”, in politica estera, rifilate, con sussiego, da Mara Carfagna a Giuseppe Conte, un premier, oggi, che è in ascesa e gode della stima e del sostegno della maggioranza degli italiani.

