Dal 4 Dicembre ad oggi gli italiani hanno scelto una direzione di marcia riconfermata con il voto alle elezioni politiche. Da un lato non hanno considerato coerente il disegno di riforma costituzionale allora proposto e un anno dopo hanno definito i margini entro cui ambire ad un’azione di governo che porti loro sicurezza sviluppo e coesione sociale. È una sintesi, semplice per definizione, specchio della condizione in cui si trova la società italiana con le sue differenze tra nord e sud.
Se volessimo ragionare di un governo di scopo dovremmo partire da qui. Qualcuno dice che la legge elettorale ha pesato nella difficoltà di offrire una prospettiva di governo al Paese e certamente le regole della competizione incidono ma non si sostituiscono alla manifestazione di un orizzonte entro il quale da cittadini esprimiamo le nostre priorità. Possiamo certamente spostare l’asse delle difficoltà sulla campagna elettorale per le europee proponendo un referendum sull’euro o proiettando su quell’appuntamento la rivincita del referendum costituzionale, ma rimarremo in una dialettica speculare che non produce fatti concreti per famiglie, imprese e giovani.
Andando a votare gli italiani non si sono appassionati al leader di turno che oggi è amato e domani accantonato per qualcuno che appare più convincente, bensì hanno messo sul piatto contenuti sapendo con una certa saggezza che è dentro un accordo di mediazione tra poteri, partiti ed istituzioni che si compone un quadro. La campagna elettorale è stata essa stessa una fase con cui il popolo ha giocato il suo potere, possiamo farlo ancora con le elezioni europee e certo accadrà, ma non possiamo sottrarci alle responsabilità assegnate da ciascun appuntamento elettorale gia’ vissuto, se la politica intende giocare un ruolo.
Diversamente i cittadini troveranno altre forme di partecipazione nell’economia, nella cultura, nel sociale in un concetto: nell’autorganizzazione di comunità delle proprie risorse. È un buon modello questo? Non sarebbe altro che l’iperbole del progetto alla base del successo del Movimento Cinque Stelle che per la logica del contrappasso finirebbe nel tempo per rappresentare la sua stessa fine. Se rileggessimo Napoleone Colaianni nel suo Capitalismi o se osservassimo le governance di aziende, associazioni banche scopriremmo che esistono già oggi esempi che guardano in questa direzione.
La domanda che il sistema dei partiti deve oggi porsi è tutta qui, usciamo dall’Io collettivo delle leadership che ci rende irrilevanti oppure no. La campagna elettorale sulle europee si farà e sarà la riproposizione in salsa nostrana della disputa americana tra democratici e conservatori, dove è pensabile che popolari e social democratici si alleino in contrapposizione al fronte cosiddetto populista in vista anche di un’unità di azione più stabile. Non chiamatelo Nazareno Bis perché è ben altro, se mai rappresenterebbe lo sviluppo del progetto riformista abbozzato con Mario Monti che solo la cautela di alcuni protagonisti non ha permesso di sviluppare in tutte le potenzialità rimaste inespresse.
Il tema della leadership sostanziale da una parte e dall’altra non può essere eluso e non riguarda la sola figura del Premier in Italia, riguarda la leadership delle organizzazioni di partito, i ruoli dentro le Regioni e nelle amministrazioni locali perché piaccia o no il partenariato pubblico privato avviene proprio dentro quei centri concentrici che rispecchiano le autonomie sociali. La politica va vista come un processo, in cui assestarsi e fare. Fare politica, appunto.
Salvini e Di Maio potranno accordarsi, Renzi e Berlusconi potranno fare altrettanto, la sinistra a sua volta da un lato e la destra dall’altro che nelle città abbandonano pian piano i movimenti e i partiti tradizionali di riferimento idem. Doppio turno o no il fenomeno è in atto proprio da dopo il referendum costituzionale, vale a dire proprio da quando all’accordo di mediazione ampio si è sostituita la forzatura nelle Commissioni parlamentari, i decreti e i provvedimenti approvati a colpi di fiducia.
Questa resta la responsabilità maggiore del Renzi prima maniera: non aver ricercato accordi dentro il Parlamento e il partito. Quale cultura politica trasmettere non è un tema eludibile nemmeno col doppio turno. La scelta di appoggiare il documento Guerini non potrà essere un episodio proprio per costruire una relazione proficua con le altre forze politiche in Europa. In modo speculare la proposta di MariStella Gelmini di un unico accordo complessivo su commissioni e governo è un punto da cui partire, invece, sul fronte opposto a quello democratico. Non è il Presidente della Repubblica che può aiutare chi non vuol essere aiutato, questo deve essere chiaro.

