Qualcosa si è rotto. Eccome se si è rotto. Matteo Salvini è tornato dal viaggio in Ungheria a dir poco furioso per il licenziamento in diretta tv del suo sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri da parte del premier Giuseppe Conte. Il ministro dell’Interno non ne sapeva nulla, non era stato informato né della decisione né della conferenza stampa convocata prima dei tg della sera a Palazzo Chigi. Sapeva invece della nota precedente dello stesso Siri, quella che annunciava le dimissioni tra 15 giorni in assenza di novità sostanziali dai pm (archiviazione). E pensava che quell’escamotage fosse sufficiente per chiudere il caso. E invece così non è stato.
Anche Giancarlo Giorgetti, che a Palazzo Chigi sta di casa da quasi un anno, ha saputo della conferenza stampa di Conte solo 20 minuti prima ed è rimasto a dir poco “attonito”. E non a caso il numero due della Lega, oggi in Friuli Venezia Giulia dal suo amico e collega di partito Massimiliano Fedriga, ha neanche tanto ironizzato: “Dopo Siri io il prossimo? Non so, può darsi. A turno toccherà a tutti. Io sono tranquillissimo e il governo ha i suoi problemi come potete vedere“.
E ancora Giorgetti da Gorizia: “Secondo me la vicenda Siri è stata trattata molto sui giornali con molte dichiarazioni e poco confronto diretto. Se si è in un governo bisogna parlarsi. Io sono un sottoposto, non sono un capo, quindi parlasse il capo“, ha tagliato corto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il sospetto nella Lega è che Conte avesse concordato tutto preventivamente con Luigi Di Maio senza però informare il Carroccio.
Salvini a tarda sera ha avuto una serie di colloqui telefonici con i suoi più stretti collaboratori, sia al governo sia in Parlamento. Confermata la volontà di non aprire la crisi di governo sul caso Siri, ma allo stesso tempo il responsabile del Viminale ha sfogato tutta la sua rabbia usando parole di fuoco nei confronti del premier e degli alleati. “Ora basta. Da oggi passiamo all’attacco su tutto. Non gliene risparmiamo più una“, avrebbe confidato il leader leghista ai suoi. Aggiungendo: “Da oggi li facciamo impazzire, ma non mi prendo io la responsabilità di rompere. Se vogliono saranno loro a far cadere il governo“.
Parole durissime che hanno trovato sponda nel sottosegretario Giorgetti, anche lui “deluso” da Conte e pronto a far scattare la rappresaglia politica. E non a caso stamattina Salvini è già partito all’attacco a testa bassa chiedendo a Conte di muoversi sulla Flat Tax (modello Orban-Ungheria) senza rimandare il tutto di mesi. E anche sul problema della droga il ministro dell’Interno ci è andato giù pesante: “Io voglio gli spacciatori in galera, i 5 Stelle hanno idee diverse“.
Ma sarà sull’autonomia che la Lega darà un vero e proprio ultimatum a Di Maio & C. “È nel contratto e abbiamo aspettato fin troppo. Si fa e basta, altrimenti saranno loro a non rispettare i patti e ad assumersi le responsabilità delle ovvie conseguenze“, spiega un big del Carroccio. Salvini e Giorgetti aspettano fiduciosi la mattina del 27 maggio e se a urne chiuse i sondaggi saranno stati rispettati, con la Lega oltre il 30% e il M5S intorno al 20 o perfino sotto, a quel punto scatteranno la richiesta di rivedere il contratto, mettendo in cima Flat Tax e autonomia regionale, e la pretesa di un riequilibrio della compagine governativa con un rimpasto che aumenti di “almeno due ministri” la rappresentanza leghista nel governo.
Nel mirino soprattutto l’Ambiente e proprio le Infrastrutture dove ormai Siri è in uscita. Salvini, anche se non fa cadere il governo, ha di fatto giurato vendetta a Conte e M5S e con i suoi fedelissimi, nelle conversazioni private, ha accantonato il refrain “governeremo altri 4 anni“. Ormai non ci crede più nemmeno lui. Altri leghisti, Giorgetti in testa, sono settimane che hanno smesso di crederci.


