Il commento
Ogni volta che si parla di sicurezza, una parte del centrosinistra tira fuori il repertorio delle grandi paure: democrazia in pericolo, deriva autoritaria, Stato di polizia. È accaduto ancora una volta con l’ipotesi di utilizzare sistemi di intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale a supporto delle indagini e della prevenzione. Francamente, non se ne può più. Non perché il tema non meriti una discussione seria. Al contrario. È giusto interrogarsi sui limiti, sulle garanzie, sul rispetto della privacy, sui controlli giurisdizionali e sulle condizioni entro cui una tecnologia così potente possa essere utilizzata. Sono questioni che meritano equilibrio, competenza e prudenza.
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Quello che invece stanca è l’automatismo ideologico. Si passa nel giro di poche ore da un decreto tecnico alla fine della democrazia. Come se ogni innovazione tecnologica impiegata dalle forze dell’ordine fosse, per definizione, un attentato alle libertà costituzionali. Eppure viviamo immersi nell’intelligenza artificiale. Ogni giorno consegniamo spontaneamente ai social network fotografie, video, spostamenti, relazioni personali, preferenze, abitudini, perfino il nostro volto da decine di angolazioni diverse.
Abbiamo accettato, spesso senza leggere una riga delle condizioni d’uso, che aziende private raccolgano una quantità impressionante di dati su ciascuno di noi. Poi, improvvisamente, ci scandalizziamo se uno strumento tecnologico viene impiegato da un organo dello Stato, con una finalità ben diversa: aiutare le forze di polizia a identificare soggetti ricercati o gravemente indiziati, naturalmente entro i limiti stabiliti dalla legge e sotto il controllo delle autorità competenti. La differenza è enorme. L’obiettivo non è schedare cittadini onesti.
È individuare chi rappresenta un pericolo, prevenire reati, proteggere le vittime prima ancora che esistano. Se una tecnologia può contribuire a farlo, il punto non è demonizzarla, ma disciplinarla con regole rigorose. Invece il dibattito viene puntualmente trasformato nell’ennesimo processo alle intenzioni. Non si discutono gli articoli del decreto, le modalità operative o le garanzie previste. Si preferisce evocare fantasmi, evocare scenari da regime, alimentare paure che fanno più rumore delle argomentazioni. Forse anche perché è uno dei pochi argomenti sui quali il cosiddetto campo largo riesce a ritrovarsi. Curioso, però, che questa ritrovata unità scompaia quando si affrontano le questioni che incidono davvero sul futuro del nostro Paese. Sull’Ucraina le posizioni sono inconciliabili. Sulle spese per la difesa e sull’utilizzo delle risorse europee le differenze sono profonde. Sulla politica economica, sulle priorità della spesa pubblica, sul rapporto con imprese, mercato e lavoro, le distanze sono evidenti.
Lì il campo largo torna ad essere un condominio litigioso. Ma basta pronunciare le parole “riconoscimento facciale” e improvvisamente tutto si ricompone. Si dimenticano le divisioni strategiche e si riscopre un’identità comune costruita sulla denuncia dell’ennesima presunta deriva autoritaria. La tecnologia non è né buona né cattiva. Dipende dalle regole con cui viene utilizzata e dai controlli che la accompagnano. Se esistono rischi, si correggano le norme. Se servono maggiori garanzie, le si introducano. È così che funziona una democrazia matura. Gridare ogni volta allo Stato di polizia, invece, non rafforza la democrazia. La banalizza e soprattutto si finisce per sostituire il confronto sui contenuti con l’ennesima battaglia di slogan.

