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Politica

Difficile fare un commento del nuovo governo poche ore dopo la sparatoria davanti a Palazzo Chigi. Difficile perché non si può non pensare a un collegamento, anche se molto malato, tra il clima di odio verso le istituzioni che circola nel paese e il gesto avvenuto, anche se per disperazione, proprio nel cuore delle istituzioni e contro di loro.  Ma ci proviamo. Anche perché questo potrebbe essere, davvero, un esecutivo di pacificazione.

Il governo Letta-Alfano è il migliore dei governi possibili. Anche senza scomodare Leibniz, dopo il pareggio alle elezioni e i due mesi persi a rincorrere un ipotetico governo di minoranza, non era possibile fare di meglio. Il Pd ha fatto tanti errori e ne sta già pagando le conseguenze. Di più, ora, non poteva fare. Pensionati Brunetta, D'Alema, Amato ci sono persone competenti e giovani. I due ministeri chiave, Economia e Lavoro, sono stati assegnati a due tecnici. Perché i partiti non si sporcassero le mani, forse. O perché loro, i ministri, le avessero più libere per agire. Buon lavoro a Saccomanni e Giovannini, dunque. Il direttore generale della Banca d'Italia è una garanzia per la BCE ed Emma Bonino, agli Esteri, è stimata ed apprezzata all'Onu, passando per la Nato, fino a Strasburgo.

Le loro capacità, da una parte, e la lealtà indiscutibile alle istituzioni europee e alla moneta unica, dall'altra, gli permetteranno di farsi ascoltare a Bruxelles. Nel momento in cui anche Oli Rhen riconosce che il tempo dell'austerity deve finire, il neo-governo italiano deve mettere subito precisi paletti. Qualsiasi detassazione sul lavoro, richiesta a gran voce dagli imprenditori,  sarebbe inefficace senza un allentamento del fiscal compact e del patto di stabilità. Anche Giuliano Amato, sul Sole24ore, riconosce che il limite del 3% imposto al deficit impedisce, di fatto, qualsiasi ripresa. Il pagamento alle imprese della PA deve avvenire per intero. Solo così l'economia potrebbe ripartire. Ebbene, i neo ministri ora possono provare a contrattare con l'Europa. E hanno tutta l'autorevolezza per farlo. Tutto il resto viene dopo. Come la cancellazione dell'imu sulla prima casa. Il Governo cercherà sicuramente di rimodulare l'imposta. Ma il Pdl dovrebbe capire che l'idea della restituzione è e rimane una stupidaggine. Geniale per la campagna elettorale, ma costosa per lo stato, che rinuncerebbe a 4 miliardi, e inutile per far ripartire l'economia.

L'altro punto cruciale del governo sarà la riforma elettorale e dello Stato insieme alla revisione dei costi della politica. Forse sarebbe stata una buona idea assegnare una delega specifica al problema economico. Designare una sorta di tacchino che si preparasse al pranzo di Natale. Così non è stato e i tagli  dovranno essere vagliati dalla collegialità dei ministri. Dall'altra parte, le riforme sono state assegnate a Quagliariello  che avrà la possibilità di dimostrare di essere davvero un saggio e non quello che urlava 'assassini', quando la povera Eluana Englaro trovava la pace.

Una nota sul primo ministro di colore. Cecile Kienge, in quota Pd, si occuperà, ovviamente, di integrazione. È un bilanciamento intelligente alla nomina di Alfano al Viminale. Mai più leggi simili alla Bossi-Fini, in altre parole. Pur consegnando l'ordine pubblico e la sicurezza al leader del  Pdl. Una mossa, puramente politica, insomma. Che potrebbe segnare l'inizio, si spera, di una nuova stagione di collaborazione e la fine, netta, dei veleni pre-elettorali.

Perché la campagna elettorale è finita. Anche per gli pseudo-dissidenti del Pd che, sarebbe ora, facessero i dirigenti e non i capopopolo. Dopo lo stallo in cui ci siamo trovati, gli elettori hanno tutto il diritto di arrabbiarsi, di protestare, di gridare all'inciucio. Solo i fatti concreti potranno fargli cambiare idea. Ma i dirigenti del Pd no. Loro, dopo il disastro di questi 60 giorni, hanno il dovere di dare una linea e di seguirla. Di sottolineare i problemi, di contribuire a risolverli, certo, ma di dimostrare di essere un partito che, nell'emergenza, sa anche governare con l'avversario. Di dire una cosa e poi farla, senza protestare a vanvera solo per distinguersi e godere, poi, di una qualche rendita di posizione.

I vari Civati, Puppato etc. hanno firmato un documento in cui annunciano il sì al governo e in cui sembrano mettere fine alle polemiche sterili di questi giorni. Giorni in cui hanno continuato a dire che così non andava, che forse si dimettevano, che forse non votavano la fiducia. Insomma, un al lupo al lupo senza che non ci fosse alcun lupo nei dintorni. Perché chi contesta questo governo, dall'interno del Pd, deve avere l'onestà intellettuale di dire che l'alternativa è il voto o l'uscita dal partito. Troppo comodo criticare in modo parossistico senza mai prendere una decisione di rottura, e poi, sempre e comunque, rientrare nei ranghi. Acquisti notorietà, è vero, ma dimostri di non avere la stoffa del dirigente e, alla fine, non ti crede più nessuno.


Adriana Santacroce
 

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