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Politica
Il M5s è l'opposto di ciò che era. Ora a Grillo va bene lo "psiconano"

Ormai è certo. Il garante Beppe Grillo guiderà la delegazione dei Cinque stelle che domani incontrerà il presidente incaricato Mario Draghi. E così l’ennesima giravolta del M5s è servita. Salvo, come pure la presenza di Davide Casaleggio a Roma fa ipotizzare, non si arrivi a una consultazione su Rousseau e a una stroncatura da parte della rete dell’ipotesi del M5s nel nuovo esecutivo. Si dirà che il Movimento di governo è maturato, è più responsabile. Si dirà che ha imparato il galateo istituzionale e, soprattutto, che ha bandito le reazioni di pancia. Insomma, niente più minacce di impeachment, ma rispetto delle istituzioni. Per carità, tutto è possibile. Ma la verità è che il M5s ha finito con l’introiettare, nel bene e nel male, quella realpolitik che aveva sempre condannato. E la partecipazione di Grillo alle consultazioni per un governo che, si sa, potrebbe avere un perimetro ampio di sostegni, incluso quello del sempre “odiato” Silvio Berlusconi, è forse l’ultima piroetta che non ti aspetti.

Che fine ha fatto, infatti, lo “psiconano”, come spesso il comico ligure apostrofava il leader di Forza Italia? E’ vero pure che anche il Cav non ha mai lesinato critiche ai Cinque stelle. E lo stesso potrebbe dirsi del Partito democratico che, alla fine ci ha fatto un governo insieme ai pentastellati. D’accordo. Tuttavia, nel caso del M5s fa davvero specie. E non, certo, per doppiopesismo. Sono i grillini, infatti, ad essersi presentati in Parlamento con un chiaro “pedigree” e con la sicumera di riuscire ad aprirlo come una scatoletta di tonno. Sono sempre gli stessi che, all’epoca delle consultazioni con Bersani presidente incaricato, pronunciarono (fu l’allora capogruppo alla Camera Roberta Lombardi, ndr) quel “sembra si stare a Ballarò”. E, invece, oggi tutti (la maggior parte, in realtà) alla corte di Draghi. Non fa nulla che fino a qualche ora fa il mantra era “o Conte o voto”, "mai con Renzi" e “mai con Draghi”. Il Movimento, che ci ha abituato al suo essere concavo e convesso, è riuscito anche a spiegare l’ennesima piroetta. Come? Le parole magiche per entrare in partita, di sicuro non per ricompattarsi al suo interno, sono state “governo politico”.

E allora ci sta tutto che “a pensar male si fa peccato, ma…”. Perché, pure giustamente, i pentastellati hanno deciso di sedersi al tavolo con Draghi per difendere le battaglie e i risultati (dallo Spazza-corrotti al Reddito di cittadinanza) che hanno portato avanti fino a ora. Ma il non detto è uno solo: ci hanno preso gusto a stare nella stanza dei bottoni. Della serie: “toglietemi tutto, ma non…” il posto al sole. Legittima ambizione, per carità. Bisognerebbe capire cosa ne pensano gli elettori, soprattutto i più duri e puri. Se riusciranno ancora una volta a digerire l’ennesima giravolta e, dunque, ad accettare di governare magari insieme agli azzurri. Una cosa è certa: se, come pare, da Forza Italia arriverà il sostegno al governo Draghi e il M5s alla fine darà il suo placet all’esecutivo, Grillo e Berlusconi si troveranno dalla stessa parte della barricata. Clamoroso, ma vero. Il Movimento governerà con gli azzurri. Altro che denunce a squarcia gola contro Nazareno e Nazareno bis.

E pensare che un tempo Il M5s non voleva neanche scambiare una parola col leader di FI. Sul blog delle Stelle, nel post del 22 marzo 2018, quando si discuteva delle presidenze delle Camere, i due capigruppo di allora, Danilo Toninelli, al Senato, e Giulia Grillo, alla Camera, vergavano un post duro in cui scrivevano: “Silvio Berlusconi si ostina a chiedere un incontro con Luigi Di Maio e il Movimento cinque stelle, ma noi non siamo disposti a dare una legittimazione politica a chi non l’ha ricevuta prima di tutto dai cittadini. Non saremo mai artefici di un Nazareno bis”. Ora però è arrivato l’ex numero uno di Francoforte e c’è quasi la ressa a sostenerlo e a non rimanere fuori dal miracolo italiano che tutti si attendono lui possa fare. C’è da dire, infatti, che se a Conte è riuscita l’impresa di rappacificare M5s e Pd, a Draghi potrebbe riuscirne una molto più grande: Grillo, Zingaretti, Berlusconi e chissà se non anche Salvini insieme appassionatamente. Con buona pace del più ortodosso dei Cinque stelle. Quell’Alessandro Di Battista che, nel febbraio del 2018, andò addirittura fino ad Arcore, a pochi passi dalla residenza di Berlusconi, per cimentarsi in una lettura di alcuni stralci della sentenza di condanna dell’ex senatore di FI Marcello dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Parlò di esercizio di “purificazione collettiva”. Ma erano proprio altri tempi. Oggi il M5s è resiliente. Non che i cambiamenti rispetto alle rigidità delle origini siano tutti negativi. Ma non guasterebbe se il processo di maturazione apparisse più di sostanza che di convenienza. Altrimenti il messaggio che passa è solo quello della più classica operazione di palazzo. E il passaggio dal “mai con i banchieri”, mai “con i pregiudicati”, “mai con i condannati” al “mai dire mai” può diventare un’etichetta di scarsa affidabilità.  

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