A- A+
Politica

I ripensamenti sulla riforma della geografia giudiziaria, ovvero il proposito espresso da una nutrita rappresentanza parlamentare (guidata dal presidente della Commissione Giustizia del Senato, Palma) di prorogarne l’entrata in vigore di un anno, sembrano la classica rappresentazione della debolezza della politica in questo Paese.

Nessuno dubita della buona fede dei tanti onorevoli che si battono per le difese del “local”, anche se – trattandosi di un “local” giudiziario e quindi burocratico – più che di salvaguardia di reali peculiarità territoriali qui si tratta di mera difesa campanilistica e corporativa dell’esistente.

Tutte cose già viste, di fronte alle quali la storia – non solo quella recente – ha già espresso un giudizio assai netto e preciso: ovvero quello per cui un paese che voglia essere competitivo e virtuoso non può e non deve mantenere sacche di spreco e di improduttività; e che tali non debbono intendersi solamente le clamorose vicende di disservizi e scandali che echeggiano sui media, bensì anche e soprattutto le infinite, silenziose perpetuazioni di situazioni economicamente insostenibili.

E mantenere in attività uffici giudiziari a distanza di 20 Km. (talora anche meno) l’uno dall’altro è certamente una scelta economicamente insostenibile. Almeno per il nostro bilancio statale.

E’ pertanto abbastanza sorprendente leggere che da parte di alcuni propugnatori della proroga vi sia la volontà di "meglio valutare gli effettivi risparmi di spesa”, e questo “a fronte dei costi che graveranno sulle collettività locali” nonchè per “condividere con i territori le reali esigenze"; è sorprendente perché tale approccio (che non è solo limitato al tema Giustizia, beninteso) è a conti fatti la summa di tutti i pretesti adoperati in questi anni dal ceto politico per non decidere mai su nulla.

Che potremmo sintetizzare in: prendiamo tempo, non affrettiamo le decisioni, confrontiamoci.

Niente di sbagliato in sé, anzi; ma quello che è o sarebbe certamente un approccio deliberativo ottimale, nel farsi tuttavia un mantra, spesso opportunistico, sembra divenuto l’ostacolo primo a ogni banale riforma; perché alla prova dei fatti si risolve in: aspettiamo; lasciamo che decida qualcun altro, possibilmente dopo di noi; nel frattempo allarghiamo la platea per dare un’idea di condivisione democratica, con la consapevolezza della attuale portata inibitoria (al decidere) di ogni adunanza pletorica.

La politica sa benissimo queste cose, anche se la scadente selezione della sua classe dirigente lascia qualche dubbio sulla reale consapevolezza di alcuni singoli attori. Ma sono un fatto tanto l’insipienza quanto l’inutilità dell’azione che essa riesce o anche solo ambisce ad esercitare.

Certo è difficile non vedere, nelle posizioni dei vari soggetti interessati, un banale gioco delle parti: gli avvocati frenano, la magistratura spinge, gli enti locali nicchiano, trincerandosi dietro a formule preistoriche.

Si legge, in una nota della presidenza Anci, come non si possa tacere sulla “gravosa, quando non addirittura insostenibile, ricaduta economica per i bilanci dei comuni interessati dall'accorpamento dei tribunali e delle sezioni distaccate soppresse”.

Di questa insostenibilità non v’è davvero modo di comprendere la natura, forse perché ogni più puntuale esplicazione sembra riservata all’“apposito tavolo tecnico istituito presso il ministero della giustizia”, dove - si legge - “non si è ancora avuto modo di affrontare le urgenze che continuano ad incombere sui comuni”. Insomma, le parole d’ordine sono prudenza e confronto, naturalmente da celebrarsi intorno l’ennesimo tavolo tecnico. Meno male che parliamo di urgenze.

Eppure di riforme organiche della Giustizia se ne parla da anni; anni in cui, appunto, il fantasma dell’urgenza ha affollato ogni isolato (e per questo spesso disorganico) intervento legislativo, suscitando quasi sempre una reazione insoddisfatta degli operatori, che chiedevano maggior coordinamento tra le norme.

E tuttavia, ora che il Governo ha scelto di incidere e di decidere in modo più significativo e parimenti coordinato, pare quasi che questa volontà innovatrice – anziché meritare un plauso – disturbi un più o meno cosciente bisogno di inalterazione.

Lo abbiamo già visto con la riforma delle Province, lo si vede assai spesso con riferimento agli interventi strutturali sulla Sanità. Quando di tratta di cambiare, e specificamente di razionalizzare, si registrano resistenze straordinarie, e trasversali.

Nella Giustizia c’è però un altro elemento che fa apparire queste resistenze ancor più fuori tempo massimo. Il notevole sforzo per promuovere ed implementare la digitalizzazione dell’attività giudiziaria è un particolare che non può non indurre riflessioni (in verità piuttosto banali) sulle effettive necessità fisiche – di spazi ed operatori – nel settore giudiziario, da qui agli anni a venire.

Sembra che di simili concreti aspetti in molti, oggi, vogliano trascurare l’esistenza. Sulla reale spontaneità di tale trascuratezza non dobbiamo in verità interrogarci.

Se per Holderlin, parlando di comunità, “noi siamo un colloquio”, è altresì vero che parlando di scelte che riguardino quella comunità, noi siamo (anche) numeri.

E di numeri possiamo certamente parlare, ma fino ad un certo punto. E l’Italia è “a quel punto” ormai già da tempo.

Discutiamo, confrontiamoci, ma non perdiamo tempo. E soprattutto non perdiamo di vista le cifre e il buon senso.

Gabriele Molinari (36 anni, avvocato, già consigliere comunale di Vercelli dal 1995 al 2011. Direttore Italia Futura Piemonte)
 

Tags:
politicaparlamento

i più visti

casa, immobiliare
motori
Andrea Vesco e Fabio Salvinelli vincono la 1000 Miglia 2021

Andrea Vesco e Fabio Salvinelli vincono la 1000 Miglia 2021


Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.