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L’eredità di una finanza pubblica di stretto respito

L’eredità di una finanza pubblica di stretto respito
paolo gentiloni 02

L’esecutivo uscente lascia in eredità due gatte da pelare, quali il mancato salvataggio di Banca Mps (terzo istituto di credito italiano per attivo) ed il debito pubblico, ancora in crescita. Le cause sono, però, opposte: inerzia nel primo caso; eccesso di attivismo nel secondo.

In primo luogo, dando erroneamente per scontato non solo che il SI avrebbe vinto, ma che tale risultato, sic et simpliciter, risolvendo tutti i problemi dell’Italia, avrebbe indotto il mercato ad iniettare altri 5 miliardi di euro, al buio, si è lasciato in balia del default l’istituto senese che vanta ben 160 miliardi di euro di attivo.

In rifermento al debito pubblico, preoccupante non è tanto, e solo, il suo ammontare, previsto a 2.250 miliardi euro nel 2017 (133,7% del Pil), quanto la sua composizione. Approfittando della discesa dei tassi d’interesse, grazie all’efficace incisività della Bce di Mario Draghi, sarebbe stato saggio allungare la vita media del debito, al fine di non esporre all’insidia di ricorrenti scadenze.

Diversamente, dimostrando di agire con poca lungimiranza, si è preferito monetizzare i tassi a breve, pressoché nulli, invece di collocare emissioni con un maggior mix di titoli a medio-lungo termine.

Lo stato italiano riconosce, su un BOT a 12 mesi un rendimento negativo (-0,175%), su un BTP a 10 anni l’1,14% e su un BTP a 30 anni il 2,49%. È vero che più si allunga la scadenza, maggiore è il tasso; al contempo, però, minore è l’esigenza di ricorrere, periodicamente, al mercato, stabilizzando il costo del debito a rendimenti, relativamente contenuti.

Il risultato è una vita media ponderata dei titoli di Stato pari a, soli, 79,66 mesi (in linea con dicembre 2012, quando i tassi a lungo erano ben più elevati) e 346 miliardi di euro di obbligazioni sovrane da rifinanziare nei prossimi 12 mesi.

Buon lavoro Gentiloni.