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Referendum, la guerra dei Proci e le ragioni del “Ni”

Riforme, l’Italia Penelope finirà la tela?

 

La guerra dei Proci, Procioni, Prociani, Procini e Procetti e le ragioni del “NI”.  
Dopo oltre 3.000 anni, l’Italia Penelope riuscirà a completare la sua tela e a correre senza inciampare?
 

Intorno al 1.200 Avanti Cristo, mentre il prode Ulisse per vent’anni era impegnato nella guerra di Troia prima e nel viaggio di ritorno poi, i cittadini della sua bella Itaca vivevano una fase di incerta e inconcludente attesa. Sarebbe tornato il loro Re? Avrebbe ripreso il potere, definito una direzione e avviato un perido di certezze e auspicapile crescita e prosperità? In quali tempi e in quali modi?

Nell’assenza del gatto Ulisse, i Proci, pretendenti al trono, parassitavano nella reggia nella speranza di accasarsi con la bella Penelope, dilapidando risorse, tempo e senso dell’essere e del divenire, in un perenne baccanale.  
Nel frattempo Penelope Italica tesseva di giorno e disfaceva di notte, in un circolo continuo di costruzione e distruzione, evoluzione e involuzione, sviluppo e recessione. Il gioco di girare l’acqua, apparente attivismo e sostanziale agitazione, per essere in realtà sempre al punto di partenza.

I Proci nell’Italia di oggi  
I Proci erano oltre 100, più o meno tutti in lotta per prendere il potere di Itaca. Un po’ come, oltre 3.000 anni dopo, i partiti, i partitini, le correnti, le fazioni, le psudo maggioranze, le minoranze, gli aspiranti e gli aspirati “oni”, “ani”, “ini” cercheranno di conquistare la bella Penelope Italia. Tra i Proci si distingueva il carismatico capo Antinoo Berlusconi, il più avvantaggiato, quello che per 20 anni tentò e quasi riuscì a sedurre e conquistare Penelope più di tutti.
Poi c’era Eurimaco Bersani, raffinato e ingannevole, Ctesippo Salvini, sicuro e arrogante (che non riconobbe Ulisse al suo ritorno vestito da immigrato mendicante e lo sbeffeggiò). Poi c’era il bello e saggio Anfinomo Casini, Leode Grillo, che predisse l’uccisione dei Proci (e anche la propria), Agelao, Anfimedonte, Demoptolemo, Euriade, e cosi via, fino alla “zeta”.
L’assenza di una guida ben identificata e forte, la presenza di una pletora infinita di proci, procioni, procini e procetti in penosa, agitata e perenne tenzone per la conquista di poteri e poderi, con un sottobosco infinito di nani e nanetti, Ancelle e pecorelle, con un popolo ignavo e impotente avevano creato un sistema che è assai vicino a quello in cui ci troviamo adesso.

L’arrivo di Renzi, novello Ulisse, aiutato da Atena e contrastato da Poseidone
In tale continuo, perenne e futile banchetto, Ulisse, reincarnatosi al ritorno dal suo lungo viaggio nel giovane Odisseo Renzi, continuamente contrastato da Poseidone D’Alema per ver accecato suo figlio Fassina Polifemo, organizzò una gara di tiro con l’arco tra tutti i pretendenti, e con l’aiuto della dea Atena Napolitano, che fiaccò gli altri partecipanti, vinse la tenzone, per poi uccidere tutti i Proci e dodici ancelle. A quel punto cosa accadde? La popolazione si rivolto’ contro il ritrovato Re per aver causato la morte dei figli Proci e dei figli marinai che lo avevano seguito in guerra, e il novello Re salvatore dovette poi essere nuovamente salvato dalla dea Atena, in un circolo di corsi e ricorsi, certezze e incertezze.

I tre principi di base di un buon sistema
Cosa ci insegna la Storia? In linea di principio, che un sistema perfetto non esiste e che comunque deve essere adattato e evoluto nello spazio e nel tempo. Ma che comunque per poter funzionare ed essere efficace deve essere fondato su tre principali criteri ispiratori:
1.    un ridotto numero di Proci e di soggetti complessivamente in campo. Il meno possibile. Auspicabilmente anche motivati a far qualcosa di positivo e non solo ad opporsi aprioristicamente a tutto in un clima di conflittualità perenne (del resto chi non governa si chiama “opposizione”!)
2.    una guida unica, forte e chiara, durevole il giusto, possibilmente “accountable”
3.    tempi rapidi

Ordunque, questi principi si ritrovano massimamente nella riforma per la quale siamo chiamati a votare con il prossimo referendum. Magari una riforma forse imperfetta, prima di tutto per la ancora persistente numerica di “Proci” (630 deputati, il 30% in più di quelli statunitensi, con 1/5 della popolazione, e ancora un secondo organismo senatorio, seppur in forma assai ridotta) ma che comunque va nella giusta direzione, assai meglio di una “riforma perfetta”, che non arriverà mai. E che se un futuro domani dovesse arrivare (e del domani non v’è certezza), sarebbe forse già vecchia.

I giapponesi hanno inventato negli anni ’80 la filosofia del kaizen, della qualità totale e del miglioramento continuo. In occidente più che in continuità si va per “salti” evolutivi. Salti che da noi però non accadono mai vigendo la regola (mutuata dall’impero del Sol Levante, ma alla romana) del “ndo kaizen vai”, in un’atavica e ossessiva riottosità al cambiamento e all’evoluzione della specie, al rinviamo che faremo, al famo e disfamo e poi famo (forse) e annamo (a magnà). 
Un sistema “Procesco” autoreferenziale, costoso, complesso, chiassoso, litigioso, inefficace per non dire inutile, messo in piedi dopo la II Guerra Mondiale con il fine primordiale di evitare un ritorno di un novello, anacronistico e plenipotenziario imperatore o duce. 
Di Mussolini  ne abbiamo avuto uno, e mai più ce ne saranno. 
Di Proci, procioni, procini, prociani e procetti ne abbiamo avuti migliaia di migliaia e non se ne può più.

Le ragioni del “NI”
Siamo chiamati ad una scelta, tra un “avanti miei Proci”, avanti e indietro, a galoppare immobilmente intorno ad un bel “NO”, e ad un “SI, proviamo a farcela”, un passo avanti, forse imperfetto e migliorabile a piacere, ma un tangibile auspicio evoluzionistico e una nuova energia e fiducia a noi stessi, anche e forse soprattutto da parte di chi ci guarda e ci supporta dall’estero investendo su di noi, consentendoci di mantenere spread e rischi più contenuti e risparmi e sistemi più protetti.

E cosi la bella e zoppicante “Penelope Italia” forse potrà provare ad uscire dalla tela del “famo – disfamo –  non famo – faremo – levamo – mettemo – magnamo” nella quale si è avviluppata e completarne la tessitura. Magari potrà anche tentare di correre di più senza inciampare troppo nella tenzone tra città, isole, distretti, stati, continenti, geografie sempre più globali e interconnesse. 
Una tela che magari sarà imperfetta, ma che potrà essere sistemata in ottica più sartoriale, per iniziare a tesserne e completarne una nuova progressivamente migliore. 
Con l’aiuto di Atena. 
Alla faccia dei Proci.

luca_greco@hotmail.com