Belle parole, dichiarazioni commosse, qualcuno in tv con le lacrime agli occhi. Il dramma del popolo afghano, tornato sotto il potere dei talebani e della legge della Sharia, per qualche giorno sembrava aver davvero fatto breccia nella fredda e cinica Unione europea, ancora alle prese con il Covid-19 e con una crisi economica senza precedente. Ma, come era facilmente prevedibile, man mano che passano ore e giorni emerge un dato di fatto quasi incontrovertibile: le ragioni della politica, della stabilità di governo e delle imminenti elezioni vincono nettamente sulla solidarietà nei confronti di un popolo abbandonato al suo destino dall’Occidente, e non solo da Joe Biden e dai danni di una politica estera statunitense che ha collezionato solo sconfitte dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Alla fine ha ragione Emma Bonino, che nel 1997 visitò l’Afghanistan da Commissaria europea, per poi tornarci nel 2005 in occasione delle elezioni, a capo degli osservatori Ue. “I nostri governi non hanno raggiunto alcun accordo e non vogliono affatto i profughi” afghani. “Guardi, da quel che capisco, leggendo tra le righe, intanto c’è da dire che i nostri governi non hanno raggiunto alcun accordo. Come si fa sempre in questi casi, delegano la Commissione. Stavolta è toccato a Josep Borrell (capo della diplomazia Ue, ndr) dire qualcosa. Ma in questo modo, ovviamente, i governi si tengono le mani libere – ha detto Bonino – l’altra cosa che ho capito è che i governi non vogliono affatto i profughi afgani. Tutto lo sforzo, politico ed economico, sarà sui Paesi confinanti per tenerli lì. Daranno soldi al Pakistan, al Tajikistan, al limite pure all’Iran, pur di fermare i profughi che usciranno dal Paese”.
Partiamo dall’Italia. Mario Draghi, impegnato in continue telefonate con gli altri leader europei, non vuole assolutamente una crisi di governo in autunno e sa perfettamente che se dovessero arrivare migliaia e migliaia di afghani la Lega uscirebbe dall’esecutivo passando all’opposizione insieme a Fratelli d’Italia. In questa fase, già litigiosa per la campagna elettorale in vista delle elezioni amministrative del 3-4 ottobre, la stabilità è fondamentale, sia per la gestione della pandemia con la campagna di vaccinazione da completare e la terza dose che incombe, sia per i tanti dossier economici aperti, dalla fine di Quota 100 alla riforma fiscale passando per la vicenda Mps-Unicredit, la revisione del reddito di cittadinanza e la stesura della Legge di Bilancio per il prossimo anno. Senza dimenticare che a febbraio si vota per il nuovo presidente della Repubblica e l’ultima cosa che serve, visti i numeri in Parlamento, è un clima di scontro. Insomma, Draghi difficilmente aprirà le porte dell’Italia agli afghani in fuga dai talebani, salvo ovviamente chi ha collaborato con le nostre forze come sta accadendo in questi giorni.
Gli altri due grandi Paesi europei, Francia e Germania, sono alla vigilia di importantissime elezioni. A Parigi il presidente Macron arranca nei sondaggi, dopo la batosta alle Regionali, e l’accoglienza di migliaia di migranti afghani potrebbe sancire la fine del sogno di tornare all’Eliseo nel 2022. A Berlino si vota a fine settembre per il rinnovo del Bundestag e la Cdu-Csu, partito della Cancelliera non ricandidata Angela Merkel, stenta e subisce la rimonta dell’Spd. Non solo, un sondaggio di ieri ha mostrato come due terzi dei tedeschi teme un’”invasione” di profughi come nel 2015. Non parliamo poi dell’Austria, che ha già detto che non vuole i profughi, e figuriamoci i Paesi dell’Est e del Nord Europa, campioni di egoismo.
Vanno bene le belle parole, la commozione e le lacrime, ma la stabilità politica e l’appuntamento con le urne e la prova del consenso elettorale fanno dimenticare perfino le scene strazianti viste in questi giorni a Kabul e in tutto l’Afghanistan e gli appelli disperati soprattutto delle attiviste per i diritti umani.


