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Le finali del campionato di calcio libico in Italia diventano una farsa
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Le finali del campionato di calcio libico in Italia diventano una farsa

Il 7 maggio a Tripoli, durante una nuova visita di Giorgia Meloni nella capitale libica, ad accompagnare il presidente del consiglio c'era anche Andrea Abodi. attuale ministro dello sport. E la domanda viene spontanea: cosa faceva il titolare del dicastero sullo sport in Libia? La risposta è molto semplice: il Piano Mattei, il famigerato programma che dovrebbe riportare Roma protagonista in Africa, non riguarda solo gas, petrolio e grandi dighe, ma anche scambi in ambito sportivo.

E così, alla presenza del premier libico Ddeibah, in quel 7 maggio è stato siglato un documento che ha previsto, tra le altre cose, l'organizzazione in Italia delle fasi finali della Serie A di calcio libica. Un torneo che, esattamente come il Paese nordafricano, non trova pace. Giocare in Libia non è esattamente semplice, per di più l'attuale divisione tra est e ovest complica maggiormente i piani. Dunque, da anni i vertici della locale federcalcio sono costretti ad andare all'estero a fine stagione in cerca di stadi disponibili per far giocare le proprie squadre.

Serie A libica, era tutto pronto per il torneo in Toscana

C'è un elemento importante da considerare: per i libici, lo sport non è affatto un dettaglio nella propria quotidianità. Anzi, è un modo forse per distrarsi da una vita diventata tremendamente dura da diversi decenni a questa parte. Quando a Tripoli si affrontano le principali squadre di basket, ad esempio, il locale palasport si infiamma e le partite vedono in tribuna la presenza dei vertici politici. Ma, forse per via dell'eredità coloniale, è il calcio lo sport più seguito.

Tanto è vero che lo stesso Gheddafi, nonostante non amasse particolarmente vedere folle radunate dentro uno stadio o una piazza, sul pallone ha puntato molto in termini di soft power. Il figlio Saadi è stato azionista della Juventus e della Triestina e da giocatore ha militato, non lasciando a dire il vero chissà quale impronta, anche in Serie A. Ad ogni modo, per l'Italia poter aprire i cancelli degli stadi alle squadre libiche rappresenta un'occasione per confermare e rilanciare la propria influenza nel Paese nordafricano.

È in questa ottica probabilmente che Meloni e Abodi hanno sottoscritto gli accordi per portare sei squadre libiche, tre dalla Tripolitania e tre della Cirenaica, nella nostra penisola. E tutto, fino a pochi giorni fa, sembrava filare liscio. Tre gli stadi individuati: Pisa, Empoli e la struttura del Viola Park dove si allena la Fiorentina.

Ai libici non sono piaciuti gli alberghi

Nel calendario ufficiale, le sfide dovevano iniziare il 27 giugno. Poi, all'improvviso, il primo intoppo: il torneo è stato rinviato al primo luglio. Disguidi tecnici e logistici alla base, ma tutto era ugualmente pronto per il primo calcio d'inizio, seppur posticipato.

Tra sabato e domenica i nuovi e improvvisi dietrofront: così come sottolineato dal Corriere Fiorentino, gli stadi toscani messi a disposizione per le compagini libiche sono destinati a rimanere con i cancelli chiusi e gli spalti vuoti. Il motivo? Secondo il giornalista Morad Dakhil, dell'emittente libica Wasat Tv, ai calciatori non sono piaciuti gli alberghi.

Eppure si trattava di strutture comprese tra Pisa, Montecatini Terme e Campi Bisenzio, luoghi rinomati per i propri complessi alberghieri. L'Italia da una parte e la federazione libica dall'altro, avevano trovato ottime soluzioni per ospitare tutti: “Ma il problema – ha dichiarato una fonte diplomatica ai nostri microfoni – non stava tanto nella qualità degli hotel, quanto nel fatto che le squadre erano divise e non potevano effettuare i ritiri”.

In cerca di nuovi campi

Quella che doveva essere una passerella sportiva volta anche a rivendicare il profondo legame politico e culturale tra le due sponde del Mediterraneo, sta rischiando di trasformarsi in un'autentica farsa. Nelle ore in cui le squadre libiche dovevano darsi battaglia in campo, i vertici della federcalcio libica si sono trasferiti dalla Toscana nel Lazio alla ricerca di nuovi impianti.

Nella capitale ci sarebbero pure degli stadi dove poter giocare: certo, sembra impossibile concedere l'Olimpico e il Flaminio è fuori uso da anni, ma sono diversi in città gli impianti omologati per categorie intermedie e usati nel corso della stagione da tante squadre locali. Inoltre, alla federcalcio libica sarebbero state messe a disposizione, sempre secondo il Corriere Fiorentino, altre strutture in giro per il Lazio come, tra tutte, quella di Rieti.

Corsa contro il tempo per salvare la competizione

Ma nel frattempo è subentrato un altro impedimento: i calciatori libici non vogliono giocare in campi in erba sintetica e molti di quelli visionati nel Lazio non hanno il classico manto erboso naturale: “Non sono un tecnico – ha dichiarato la fonte diplomatica da noi contattata – quindi non so se per davvero i calciatori delle squadre libiche non sono abituati ai campi sintetici. Certo è che, con un po' più di buon senso da parte di tutti, si sarebbero evitate alcune situazioni paradossali”.

Ora l'imperativo categorico è quello di salvare il torneo. Un imperativo che vale per i libici, del resto anche a Tripoli e Bengasi dietro al calcio girano interessi sportivi ed extra sportivi, compreso il finanziamento offerto ad alcune squadre dai principali attori politici. Ma vale anche per l'Italia: portare nel nostro Paese il campionato libico, rappresenta un passo importante in ottica politica. Non solo con riguardo ai rapporti con Tripoli ma, più in generale, con riferimento alle ambizioni del governo nel continente africano. Un fallimento, seppur non imputabile direttamente a Roma, causerebbe non pochi danni di immagine.






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