Avanti con il governo del Cambiamento. Stop all’alleanza con il Movimento 5 Stelle. All’interno della Lega il dibattito è aperto da settimane con rassicurazioni quotidiane più o meno convincenti sulla durata dell’esecutivo fino al termine della legislatura da parte di Matteo Salvini. Rassicurazioni che arrivano anche in queste ore, dopo il “licenziamento” del sottosegretario Armando Siri da parte del premier Conte. Uno schiaffo molto pesante, che non farà altro che aumentare ulteriormente le tensioni tra Lega e M5S. Ma molto probabilmente non sarà questo il caso che manderà in crisi il governo: il vero tema potenzialmente dirompente è quello dell’autonomia regionale. Ed è qui che iniziano le divergenze all’interno del Carroccio. I lombardi e i veneti sono i più “incazzosi” e sono loro a spingere per dare a Luigi Di Maio e al M5S un chiaro ultimatum: via libera definitivo al federalismo differenziato entro poche settimane, comunque in estate, o addio esecutivo e alleanza.
Tra i più netti ci sono sicuramente i bergamaschi Daniele Belotti e Cristian Invernizzi, ma anche il bresciano Giuseppe Donina, così come i veneti Alberto Stefani, Marica Fantuz e Dimitri Coin. Ma in generale è tutta la Liga Veneta, e anche la parte settentrionale della Lega Lombarda (storicamente più sensibile al tema dell’autonomia) a seguire la battaglia che sta conducendo con toni sempre più accesi e aspri il Governatore Luza Zaia. C’è poi un’ampia fetta del Carroccio, che, a prescindere dal federalismo, preferirebbe dire addio ai compagni di strada e tornare al più presto alle urne, ma questa volta senza alleanze e con una corsa solitaria da prendere o lasciare. Tra i più agguerriti anti-pentastellati ci sono sicuramente il vice-ministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi, così come il presidente della Commissione Trasporti della Camera Alessandro Morelli. Tra i due capigruppo in Parlamento quello meno vicino ai 5 Stelle è Riccardo Molinari, presidente dei deputati leghisti (nonostante un ottimo rapporto personale con l’omologo pentastellato Francesco D’Uva), mentre Massimiliano Romeo (Senato) è su posizioni meno dure nei confronti degli alleati di governo. Sulle stesse posizioni di Molinari il giorgettiano Fabrizio Cecchetti.
Anche Jacopo Morrone, sottosegretario alla Giustizia, è ascrivibile alla categoria dei leghisti che romperebbero volentieri l’alleanza con il M5S, visti soprattutto i difficili rapporti con il ministro Alfonso Bonafede. Gli economisti del Carroccio – dai presidenti di Commissione Alberto Bagnai e Claudio Borghi al sottosegretario all’Economia Massimo Bitonci (meno il vice-ministro del Tesoro Massimo Garavaglia) – hanno invece una posizione maggiormente incline al confronto e quindi meno intransigente con Di Maio & C. Stesso discorso per il vice-ministro dello Sviluppo Economico Dario Galli, per il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon (papà di quota 100) e per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Guido Guidesi. I due vice di Salvini al Viminale – Stefano Candiani e Nicola Molteni – sono allineati al 100% con il segretario e pertanto al momento non sono tra coloro che spingono per la rottura. Sotto coperta, o come direbbero a Milano schiscio, anche Andrea Crippa, responsabile giovani della Lega e probabile nuovo vice-segretario, e il tesoriere di Via Bellerio Giulio Centemero.
Tra i ministri i più duri con i 5 Stelle sono sicuramente il responsabile delle Politiche Agricole e del Turismo Gian Marco Centinaio, potente e ascoltato ex capogruppo a Palazzo Madama nella passata legislatura, e il titolare della Famiglia Lorenzo Fontana, spesso al centro delle bordate grilline per le sue posizioni considerate troppo conservatrici sui temi etici (vedi convegno di Verona). Fontana, tra l’altro, è anche l’artefice delle alleanze in Europa della Lega in vista del 26 maggio (vista la sua passata esperienza a Strasburgo e a Bruxelles per molti anni) che tante tensioni stanno creando all’interno della maggioranza. Giulia Bongiorno (Pubblica Amministrazione), nonostante qualche tensione con Bonafede sulla Giustizia, è meno netta nelle critiche agli alleati di governo. Così come Erika Stefani, ministro delle Autonomie che, malgrado i tentennamenti del M5S, continua a lavorare fiduciosa nella speranza che si possa raggiungere un accordo nella maggioranza. Anche se la Stefani, veneta come Zaia, non risparmia critiche ai grillini ricordando sempre che l’autonomia è nel contratto e il contratto si rispetta. Il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti non è un politico al 100% e quindi con il suo profilo più tecnico, anche se di area chiaramente Carroccio, si tiene lontano dalle questioni squisitamente strategiche.
C’è poi il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega e uomo non mediatico ma di peso che segue attentamente tutti i dossier caldi che passano da Palazzo Chigi. La sua posizione è certamente più critica di quella di Salvini sull’alleanza di governo con il M5S, nei mesi scorsi aveva ipotizzato un ritorno con il Centrodestra (Berlusconi incluso) poi anche quel fronte si è chiuso e al momento è il sostenitore della corsa solitaria in caso di eventuali elezioni anticipate. Il vice-segretario non invoca direttamente la crisi e la fine del governo, ma non risparmia stoccate al M5S e non fa nulla per abbassare la tensione sui temi caldi. Una sorta di tattica wait and see non troppo diplomatica. Alla fine Salvini dovrà tirare le somme e decidere, ma è evidente che più il tema chiave (l’autonomia) verrà rimandato e annacquato e più il fronte di chi vuole rompere diventerà rumoroso e consistente.


