Governo, cosa cambierebbe con la nuova legge elettorale
Al Senato riprende il voto sugli emendamenti alla riforma della legge elettorale, il dossier più caldo di questa fase politica per il governo Meloni. Il testo, targato centrodestra, era stato approvato alla Camera in prima lettura il 15 luglio con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti, ma non senza tensioni: la maggioranza si era spaccata sull’emendamento per la reintroduzione delle preferenze – voluta fortemente da Meloni ma osteggiata da settori di Forza Italia e Lega -, bocciato per un solo voto a scrutinio segreto. L’obiettivo è quello di consegnare il testo all’Aula per mercoledì 9 settembre. Da lì il calendario prevede sedute anche l’11 e il 14 settembre, fino alle dichiarazioni di voto e al voto finale, fissato per la mattina di martedì 15 settembre.
Cosa prevede il testo
Il cuore della riforma è un sistema proporzionale con premio di maggioranza: alla coalizione o lista che supera il 42% dei consensi (in entrambe le Camere) vengono assegnati 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, fino a un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori. Se nessuno raggiunge quella soglia, o se Camera e Senato danno risultati diversi, si torna a un proporzionale puro, senza correzioni.
Il testo approvato alla Camera mantiene le liste bloccate nei collegi plurinominali: si vota il simbolo, non il singolo candidato. Il premio di maggioranza viene distribuito tramite “listini” circoscrizionali, con i nomi stampati direttamente sulla scheda. Si prevede poi la doppia candidatura obbligatoria per chi è inserito nei listini del premio: deve presentarsi anche come capolista in almeno un collegio plurinominale della stessa circoscrizione. Tra i punti maggiormente contestati dalle opposizioni c’è l’indicazione del candidato premier nel programma elettorale: un “premierato di fatto senza una vera riforma costituzionale”, secondo l’ala anti-governativa.
Cambia anche la circoscrizione Estero: le attuali quattro aree geografiche passano a due per la Camera (Europa ed extra-UE) e si accorpano in una sola per il Senato. I seggi assegnati all’estero (8 deputati e 4 senatori) restano fuori dal conteggio del tetto massimo del premio. Quanto al Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, i voti raccolti in queste due regioni concorreranno al calcolo della cifra elettorale nazionale, e le liste locali potranno collegarsi a una lista nazionale.
Tra i temi anche il voto dei fuori sede: chi si trova lontano dal proprio Comune di residenza per studio, lavoro o cure mediche potrà votare dove è temporaneamente domiciliato, previa iscrizione a un apposito albo. Un altro punto riguarda l’esonero dalla raccolta firme per i partiti che avevano già un gruppo parlamentare costituito prima del 31 dicembre 2025: una norma che, di fatto, protegge le forze già in Parlamento.
Leggi anche: Legge elettorale, il centrodestra si divide ma gli italiani frenano sulle urne: il 46% vuole Meloni fino al 2027
Il nodo ancora aperto: le preferenze
È il tema che ha spaccato la maggioranza e che potrebbe tornare al centro del dibattito al Senato. Fratelli d’Italia ha tentato più volte di introdurre le preferenze, ma Lega e Forza Italia hanno mostrato resistenze, preferendo non sottoscrivere gli emendamenti in tal senso. Anche il generale Roberto Vannacci, con Futuro Nazionale, spinge per le preferenze “senza capolista bloccato“, accusando la politica di “aver paura della sovranità popolare”. Dall’opposizione, la segretaria PD Elly Schlein ha bollato la riforma come “irricevibile”, criticando in particolare il ridisegno dei collegi esteri (che il centrosinistra legge come una manovra per favorire il centrodestra) e la cancellazione delle norme sulla parità di genere.
Cosa cambierebbe, in concreto, se la riforma passasse
Se il testo dovesse essere confermato in via definitiva, sparirebbe, di fatto, il meccanismo maggioritario che oggi elegge circa un terzo del Parlamento nei collegi uninominali (dove vince chi prende un voto in più): tutto tornerebbe a un impianto proporzionale corretto dal premio. L’elettore si troverebbe più limitato nella sua libertà di scelta: continuerebbe a votare liste bloccate senza poter indicare il proprio candidato preferito – a meno che un emendamento sulle preferenze non passi in extremis al Senato. Grazie al premio, che punta esplicitamente a garantire una maggioranza solida a chi supera il 42%, le coalizioni si ritroverebbero “obbligate” a governare insieme più a lungo. E ancora, il cambio delle regole per italiani all’estero e fuori sede potrebbe avere potenziali ricadute sul peso elettorale di queste categorie di voto, storicamente sensibili agli equilibri tra schieramenti.
Relativamente alla maggioranza, gli effetti vanno valutati su due livelli distinti. Nel breve periodo, il dibattito sulla legge sta già logorando la coalizione di governo attuale, con il nodo delle preferenze che ha creato qualche spaccatura nel centrodestra. Un nuovo scontro al Senato, nelle prossime due settimane, rischierebbe di indebolire politicamente Meloni proprio a ridosso della legge di bilancio di metà ottobre, il vero banco di prova dell’esecutivo – anche se al momento la premier ha scelto la prudenza e non ci sono segnali di una crisi di governo imminente.
Sul piano più strutturale, è il meccanismo stesso della nuova legge a ridefinire come nascerà qualsiasi maggioranza futura. Il sistema proporzionale con premio scatta solo se una coalizione supera il 42% dei voti in entrambe le Camere: in quel caso ottiene seggi aggiuntivi fino a un tetto di 220 deputati e 113 senatori, garantendo stabilità a chi vince con margine netto. Ma se nessuno raggiunge quella soglia, o Camera e Senato danno risultati diversi tra loro, si applica un proporzionale puro senza correzioni: nessuna forza avrebbe una maggioranza pronta all’uso, e servirebbero alleanze costruite dopo il voto, con negoziati simili a quelli di molti altri paesi europei. È anche per questo che l’opposizione accusa la riforma di avvantaggiare chi parte già forte, mentre la maggioranza la difende come garanzia di governabilità dopo anni di coalizioni fragili, alternando promesse di stabilità e critiche di scarsa rappresentatività.
Il testo, se approvato definitivamente, non entrerebbe comunque in vigore per un’eventuale tornata elettorale imminente: si applicherebbe alle prossime elezioni politiche, la cui scadenza naturale resta fissata al 2027, salvo scioglimento anticipato delle Camere.


