Stabilicum, i conti non tornano: dietro i 227 sì il fantasma dei franchi tiratori
227 voti favorevoli e 164 contrari. Si è chiusa così la partita dello Stabilicum, che ha avuto via libera ieri dall’Aula della Camera. Ma il voto segreto dietro l’approvazione definitiva della legge elettorale alla Camera ha dato il via a conteggi e ricostruzioni – destinati, sì, a rimanere tali – secondo le quali non tutti gli esponenti della maggioranza avrebbero votato a favore della riforma voluta dall’esecutivo. Incrociando le presenze in Aula, le missioni parlamentari, la consistenza dei gruppi e le indicazioni di voto espresse pubblicamente prima dello scrutinio, risulterebbero almeno 6 voti mancanti.
Fratelli d’Italia contava infatti 117 deputati presenti su 118: l’unica assenza è stata quella della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, giustificata dalla missione, la quale, riferisce una fonte ad Affaritaliani, “era più che certa dell’esito positivo della votazione. In caso contrario, non ci avrebbe pensato due volte a essere presente. Con la Legge elettorale si giocava tutto”. Forza Italia risultava invece presente con tutti i suoi 52 deputati. Per la Lega, su 55 componenti, risultavano 52 presenti: assente il ministro Giancarlo Giorgetti, in missione, così come i deputati Angelucci e Formentini. Tra i 52 presenti c’è però anche il presidente della Camera Lorenzo Fontana, che per il ruolo che ricopre non ha votato: i votanti leghisti scendono quindi a 51. Tutti presenti anche gli otto deputati di Noi Moderati. Il totale dei potenziali voti favorevoli riconducibili ai quattro gruppi della maggioranza è quindi di 228, a fronte dei 227 voti favorevoli complessivi.
Tocca poi aggiungere i voti favorevoli annunciati dalle Minoranze linguistiche, quattro deputati di cui tre presenti: si arriverebbe già così a 231. A questi si aggiungono – secondo l’Agi – Manlio Messina, ex esponente di Fratelli d’Italia passato al gruppo Misto, e Lorenzo Cesa, indicato nella ricostruzione tra i possibili apporti esterni, per un totale teorico di 233 voti. Rispetto ai 227 effettivi, i voti mancanti sarebbero dunque 6.
Il calcolo del PD
Un secondo elemento arriva dal deputato dem Federico Fornaro. Secondo il suo conteggio, la maggioranza, considerando anche la SVP, partiva da una disponibilità teorica di 240 voti. Da questa base vengono sottratti Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, entrambi in missione, i due deputati leghisti Angelucci e Formentini, assenti, e Schullian della SVP. Il risultato della sottrazione è 235. Rispetto ai 227 sì finali, la differenza è quindi di otto voti. Una ricostruzione che trova una prima conferma informale anche in ambienti parlamentari. Dal Pd una fonte di Affaritaliani giudica i calcoli “affidabili”: “Fornaro è un’autorità in materia, non sbaglia”, dice. La lettura che trova riscontro anche in un esponente della maggioranza, che definisce la ricostruzione “plausibile”: “C’erano malumori, qualcuno potrebbe aver avuto più di una riserva sul provvedimento. E qualcuno aveva ‘mal di pancia’”, ci dice.
Sul fronte opposto, il Partito democratico risultava presente con tutti i suoi 68 deputati. Italia Viva partecipava con sette parlamentari e Azione con dieci. Nel Movimento 5 Stelle votavano 47 deputati su 48, mentre in Alleanza Verdi e Sinistra i presenti erano nove su dieci. A questi si aggiungono le componenti del gruppo Misto: tre deputati di +Europa, nove di Futuro Nazionale e almeno tre parlamentari non iscritti ad alcuna componente, tra cui Bruno Tabacci. Sommando tutto, si arriva a 156 voti teoricamente riconducibili alle opposizioni, a fronte dei 164 no effettivi. La differenza sarebbe di otto voti.
Da un lato, quindi, i sì sono meno delle presenze teoricamente disponibili nella maggioranza, anche tenendo conto degli apporti esterni annunciati. Dall’altro, i no superano i voti considerati riconducibili alle opposizioni. È su questo terreno che si innestano le ipotesi sui cosiddetti franchi tiratori, cioè i parlamentari che, in uno scrutinio segreto, potrebbero aver votato in modo diverso dalle indicazioni del proprio schieramento. La discrepanza numerica, però, non basta a stabilire né quanti siano stati né a quale area politica appartengano. Sul tavolo restano ipotesi e una certezza: lo Stabilicum è legge.


