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M5S, come una crisi di consenso può diventare l’opportunità di un rilancio

M5S, come una crisi di consenso può diventare l’opportunità di un rilancio
m5s bandiera 1

Molti osservatori, soprattutto dopo il catastrofico esito elettorale di domenica, hanno già intonato il de profundis per il M5S. Alla base di questa sicurezza si pone l’idea, partorita da una concezione tipica delle “società dello spettacolo”, che ogni ciclo politico sia destinato a concludersi definitivamente nel breve tempo che separa la vittoria dalla prima sonora sconfitta. In alcuni casi questa logica simil-alimentare della “data di scadenza” si è dimostrata vera, soprattutto quando le avventure politiche sono state essenzialmente ricondotte a solipsismi leaderistici. Lo abbiamo visto nel passato (Di Pietro, Dini, Ingroia, etc) e lo vedremo ancora in futuro, probabilmente con quei leader – sul genere di Renzi e Salvini – che, come pokeristi che chiamano sempre all in, sono destinati ad alzarsi presto dal tavolo di gioco. Poi, naturalmente, ci sono anche leader too big to fail: è il caso di Berlusconi.

M5S è un fenomeno diverso. Il movimento fondato da Grillo e Casaleggio non ha spessore leaderistico e ha fatto dell’intuizione reticolare e bottom up il proprio schema organizzativo dove vige la regola per cui “uno vale uno”. Questa impostazione, non declinata sull’asse destra-sinistra, si è dimostrata vincente e contemporanea. Non è un caso che le “sardine” (un esperimento pianificato con successo in qualche serio laboratorio politico) abbiano mutuato gran parte della fisionomia politica che è stata dei grillini. Non si dovrebbe, quindi, essere così frettolosi nell’archiviare definitivamente l’avventura politica di M5S.

Sul piano programmatico, M5S ha raccolto e rappresentato ogni forma di eterodossia, andando a sedimentare un coagulo che ha permesso a milioni di elettori di affidare al movimento le proprie speranze o frustrazioni politiche. M5S, tuttavia, ha rappresentato anche un’interessante suggestione per chi attendeva alcune rotture radicali nell’agenda politica, a cominciare dal reddito di cittadinanza e da altre idee che, seppur presto abbandonate, innovavano la costituency istituzionale, come ad esempio l’introduzione di un “sorteggio tra eguali” per affrontare le distorsioni (clientelismo, raccomandazioni, corruzione, etc….) che infettano il percorso decisionale legato agli incarichi pubblici. A questi tipi di consenso si è poi aggiunto anche quello di chi ha visto nel voto ai grillini “l’ultima spiaggia” prima di transitare definitivamente nel fronte astensionista che – non dimentichiamolo – rimane sempre la scelta della maggioranza relativa degli elettori.

L’insieme delle tante suggestioni che M5S ha evocato non consente di considerarlo, anche dopo una drastica sconfitta elettorale, un grumo già dissolto nel flusso in continuo mutamento della “politica come forma dello spettacolo”, per dirla utilizzando il paradigma situazionista di Guy Debord ( che profetizzava l’evoluzione del passaggio capitalistico “dall’essere all’avere” nella dimensione spettacolare “dall’avere all’apparire”). Ovviamente, va detto che in politica le scelte contano e gli errori possono essere fatali anche quando si incarnano in chi ha dalla sua alcune ragioni storiche. M5S, quindi, può anche sparire dalla scena (per ora, nonostante i tanti malocchi letti in questi giorni, non lo è), ma certamente è arrivato il momento delle scelte fondamentali.

Sappiamo che le decisioni rilevanti sono affidate agli Stati Generali di marzo che definiranno una nuova leadership e, conseguentemente, il nuovo profilo del movimento. Sul piano della leadership – parlando da osservatore – mi sento di poter dire che la scelta sembra abbastanza scontata. Anche se chi vive la questione “da dentro” può essere trascinato dagli inevitabili giochi di potere e alleanze che ogni soggetto politico mette in moto quando deve ridefinire la propria leadership, il quadro percepito è piuttosto evidente: se escludiamo una messianica e improbabile discesa in campo del fondatore Beppe Grillo, l’unico che può credibilmente riportare M5S a percorrere le strade di un recupero del consenso è Alessandro Di Battista. In questione non ci sono le doti personali, ma quelle simboliche. Gli elementi decisivi sono due: da una parte si tratta di un “uomo della prima ora” (e questo conta molto nel suscitare l’entusiasmo necessario a qualunque rinascita politica) e dall’altra è l’unico che, per scelta volontaria, ha mantenuto un profilo estraneo, sia ai benefici personali della cosiddetta “poltrona”, sia ai danni della confusione identitaria (vista da molti come un “tradimento dei valori”) che ha caratterizzato la doppia esperienza di governo di M5S. Ogni altro candidato deriverebbe inevitabilmente dall’esperienza di governo e non avrebbe, quindi, alcuna possibilità di invertire la tendenza alla perdita di consenso che proprio la stagione di governo ha determinato. Si tratta di una contraddizione insuperabile.

Il sentiero stretto che oggi i grillini si trovano di fronte fa riferimento, non solo alla difficoltà digovernare, ma anche alla perdita di credibilità delle tesi eterodosse quando si è al governo. Giàgovernare significa avere la capacità, in termini di classe dirigente, di passare “dalle parole ai fatti”,ma quando si è percepiti come un partito antisistema questa difficoltà rischia di trasformarsi in unavera e propria impossibilità. La strada percorsa era minata da molteplici contraddizioni: essereeterodossi conduceva all’identificazione con la paralisi del fare, ma essere neofiti dell’ortodossiaesponeva alla percezione di un inevitabile dilettantismo. Non si può negare che il “neofitismonell’ortodossia” sia stato condotto anche coraggiosamente da Di Maio e gli altri ministri M5S, mainevitabilmente le mine destinate a esplodere sono esplose. Non dimentichiamo, infatti, che stiamoparlando di governare l’Italia, cioè un paese molto debole sul piano geopolitico, non gli Stati Uniti ol’Inghilterra che possono permettersi anche le eterodossie al governo.

Se il tema della leadership appare non centrale e, comunque, di evidente soluzione (poi, in politica,avvengono anche gli errori che servono proprio a separare l’inadeguatezza dalla rappresentanzadella storia), più incerta e complessa è la strategia di collocazione politica di M5S. La scelta piùfacile è certamente seguire la strada intrapresa da Salvini che prevede di crescere solo in una logicadi opposizione. Per i 5 Stelle, tuttavia, questa strada pare più complicata che per il leader leghista:da un parte, infatti, abbiamo qualcuno che ha volontariamente abbandonato il governo, mentre ilmovimento di Grillo sembra fortemente intenzionato a restare al governo fino all’ultimo giornodella legislatura. Con questa ingombrante contraddizione risulta ben difficile essere credibili nelritornare a rappresentare le tante forme di opposizione ed eterodossia che si agitano nel paese. Nelmigliore dei casi, M5S avrebbe un destino analogo a quello delle formazioni di sinistra radicale chesi accontentano di non ammainare la bandiera e di dare uno stipendio a un piccolo drappello diprofessionisti della politica.

I latini, per uscire dalle contraddizioni, pronunciavano la frase tertium non datur: se si rimane inmaggioranza si deve esprimere un credibile profilo di governo, altrimenti si va all’opposizione.Tuttavia, poichè gli errori in politica hanno un volto suadente, è altamente probabile l’ipotesi che ilprossimo leader di M5S sia tentato dall’impossibile assioma di dar vita a un movimento che siainsieme “di lotta e di governo”. Un tentativo del genere non è riuscito nemmeno a soggettistraordinariamente strutturati, come lo era il PCI nella fase della solidarietà nazionale.Inevitabilmente, quindi, questo tentativo condurrebbe, in un tempo più o meno rapido, alla totalemarginalizzazione politica del movimento fondato da Grillo e Casaleggio.

L’alternativa, tanto obbligata quanto complicata, è quella di cercare di percorrere una strada che,invece, provi a ridefinire il profilo di M5S in una dimensione di governo non affidata al “neofitismodell’ortodossia”. Questa è l’unica maniera per non separare i grillini dai determinismi storici che,grazie alla rabdomantica percezione dei loro due fondatori, hanno saputo identificare. Essendo M5Sancora il principale gruppo parlamentare, la ridefinizione di un profilo di governo ha come unicapossibilità di successo quella di realizzarsi nel triennio di legislatura che ancora vede una posizionedi forza sul piano parlamentare. Si tratta di un dilemma non facile da affrontare. E’ come tornare acasa stremati da una corsa e doverla riprendere ancor prima di aver infilato le chiavi nella porta.Oltre alla difficoltà, infatti, questa ipotesi può essere decisiva solo se immediatamente attuata.Per esaminare la questione è necessario inserire una terza categoria che si aggiunge alle due giàcitate dell’ortodossia (i “doveri” del governo italiano rispetto all’Europa, ai vincoli di bilancio, allealleanza geopolitiche, etc) e dell’eterodossia (i “desideri” che possono essere liberamenterappresentati solo in una logica di opposizione). La terza dimensione è quella del paradosso che dàvita a posizioni che si situano “oltre” le opinioni prevalenti dell’ortodossia di sistema al governo edelle eterodossie utopiche all’opposizione.

Cosa ci può essere, su un piano politico-programmatico riferito al contesto italiano, nel paradosso diun “oltre”? La questione è analiticamente complessa (ne ho scritto in un saggio sulla situazioneitaliana dal titolo “L’illusione del cambiamento” – Bocconi Editore), ma può essere sintetizzata inuna premessa e tre orientamenti programmatici di fondo. La premessa fa riferimento allaconsapevolezza dell’inutilità di un approccio che si sostanzi in un programma politico di tiposistemico. Questo, non per omaggiare la forza della conservazione contro il cambiamento, maperché questa idea si pone in netta contrapposizione con le forme più avanzate del pensierocognitivo, dalla fisica quantistica alla matematica godeliana. Mi si perdoni la definizione apodittica,ma la dimostrazione richiederebbe tempi e spazi molto diversi da quelli di un articolo.

Sul piano programmatico, un profilo proiettato sulla definizione di un’agenda per il futuro dovrebbesintetizzarsi in tre grandi opzioni che rompano radicalmente la staticità dell’agenda modernizzatricedei partiti di sistema. La prima e più decisiva questione fa riferimento alla necessità di superare ladimensione statual-nazionale che da vita all’italianità, per fondarsi su una costituency politica piùampia che tragga le proprie forze da ciò che l’Italia è per i cittadini del mondo ( esistono ben 250milioni di italodiscendenti derivanti dalla nostra diaspora migratoria a cavallo tra ‘800 e ‘900) e nonsolo dai 60 milioni che risiedono nello stivale geografico (il dieci per cento dei quali, peraltro, chearriva da altri paesi). Le conseguenze di un tale cambio di paradigma sarebbero molteplici, acominciare da un’idea di made in Italy che non riguardi solo i prodotti del nostro territorio, macoinvolga ogni forma di produzione italica (provate a pensare cosa significherebbe poter trarreun’utilità da ogni pizza o piatto di spaghetti che viene consumato nel mondo), per finire con ilsuperamento del tema immigratorio che si dissolverebbe in un costrutto “italico”, anziché veniraffidato alle coercitive e velleitarie ipotesi dei respingimenti o dei rimpatri, ma anchedell’integrazione o dell’assimilazione.

Il secondo pilastro programmatico non può che riguardare la finanza pubblica: il vincolo di bilancioeuropeo, per l’Italia, non rappresenta la volontà cattiva di un’occhiuta burocrazia o l’effetto del venirmeno del nostro potere di negoziazione, bensì la principale polizza assicurativa del paese sul fronteeconomico. Farne a meno è possibile, ma poi non bisogna stupirsi quando arrivano gli incidenti. Seun paese come l’Italia non fosse protetto dai vincoli europei si esporrebbe a rischi incalcolabili: lavoracità dei mercati finanziari porterebbe rapidamente, non solo alla perdita del controllo politico,ma anche alla forzata vendita di tutti gli assets di pregio del paese. Altro che sovranismo!

Naturalmente, è anche vero che la soluzione ai problemi di finanza pubblica non può più passareper l’ortodossia di una austerity che non porta altro che ad allargare i solchi della disuguaglianzasociale. È, quindi, necessario ridisegnare un nuovo “contratto sociale” che ridefinisca i perimetri diazione e il rapporto di diritti e doveri tra cittadini, imprese e Stato, in una logica per cui la finanzapubblica si posizioni su un equilibrio strutturale. Anche in questo caso non si può che rimandare aun approfondimento, ma non prima di aver precisato che non ci si sta riferendo a programmi“lacrime e sangue”, ma a una riconfigurazione del modello statuale su schemi più vicini a quelli dinatura anglosassone.

Il terzo orientamento di fondo fa riferimento alla questione del lavoro, un tema che solo M5S haavvertito nella direzione giusta. Il nostro paese, infatti, non ha alcuna possibilità di generare,all’interno dei propri confini geografici, un assorbimento di manodopera che riducasignificativamente la disoccupazione. Raggiungere questo obiettivo forzando le fisiologieeconomiche significa solo assecondare la follia che fa assumere alla collettività un costo per farlavorare le persone che è superiore al reddito economico dei lavoratori stessi. Uscire dall’egemonicaideologia culturale lavorista è un’esigenza sia economica che di emancipazione civile e sociale. Ilreddito di cittadinanza ha aperto una strada promettente, purtroppo subito richiusa in una pasticciataassonanza a forme di flexsecurity collegate al rientro nel mercato del lavoro. La via di uscita passaper l’obiettivo di trasformare la “società del lavorare” in una “società dello star bene”.

Sono questi, in una estrema e forzata sintesi, le impostazioni di fondo che una nuova leadership diM5S potrebbe giocare per identificare una strada, non solo di sopravvivenza, ma di redifinizione diun profilo di governo che si proietti “oltre” l’ortodossia del sistema e l’eterodossia del velleitarismo.I tempi sono molto stretti. Per M5S la campana dell’ultimo giro indica contemporaneamente unascadenza e una grande opportunità. Il movimento di Grillo ha già dimostrato di essere l’unicosoggetto in grado di intuire alcuni temi dell’agenda del futuro. Mantenere questa logica,implementandola tenendo insieme competenze necessarie e leadership più evocative, può portarequesto movimento a definire la storia del paese e non solo la sopravvivenza della propria classedirigente politica.