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Meloni, quattro anni dopo: 140 miliardi di sgravi, più occupati e conti sotto controllo. La partita economica di Giorgetti

Giorgetti difende la disciplina dei conti, ma la vera prova ora è la crescita di salari e produttività

Meloni, quattro anni dopo: 140 miliardi di sgravi, più occupati e conti sotto controllo. La partita economica di Giorgetti

Meloni, quattro anni dopo

A Palazzo Chigi hanno scelto i numeri: 71 pagine per raccontare quattro anni di governo. E una cifra su tutte, 140 miliardi di euro, somma degli sgravi fiscali, contributivi e delle agevolazioni rivendicati dall’esecutivo per famiglie e imprese tra il 2023 e il 2027. Accanto, altri indicatori: 24,4 milioni di occupati, disoccupazione al 5,6%, deficit in calo e spread più che dimezzato rispetto al giorno dell’insediamento.

C’è poi il dato politico della stabilità. Il 4 settembre, a Bari, Meloni ha celebrato il primato di durata del suo governo. «Non era solo l’orgoglio per un record storico: quella stabilità ha consentito di tenere la rotta sulle scelte di bilancio, anche quando nella maggioranza si chiedeva di spendere di più», racconta un deputato di primo piano di Fratelli d’Italia. Una lettura che aiuta a capire il rapporto tra la premier e Giancarlo Giorgetti: ruoli diversi, ma la stessa necessità di evitare scossoni ai conti.

Giorgetti, nell’audizione parlamentare del 12 ottobre, l’ha detta a modo suo: «Non ho mai detto che questo governo ha fatto miracoli. Ho detto che ha tenuto la barca in galleggiamento». Non è una frase da manifesto elettorale. Ma per chi guida il Tesoro di un Paese con un debito pubblico così alto, tenere la barra dritta tra inflazione, crisi energetica e guerre è già parte del lavoro.

Il deficit, secondo il dossier, è passato dall’8,1% del Pil nel 2022 al 3,1% nel 2025; per il 2026 la previsione è del 2,9%. Sul miglioramento ha inciso anche l’esaurimento delle misure straordinarie e il peso contabile dei bonus edilizi. Resta una correzione che i mercati hanno osservato con attenzione. Lo spread Btp-Bund è sceso dai 236 punti base del 22 ottobre 2022 ai 109 del 15 ottobre 2026. Palazzo Chigi stima un risparmio potenziale di 3,5 miliardi annui sugli interessi nell’ipotesi di una riduzione stabile di 100 punti base sui nuovi titoli: non denaro già incassato, ma un margine che può crescere col tempo.

È anche il messaggio che Giorgetti manda agli alleati. Il ministro ha richiamato la credibilità conquistata dall’Italia, che permette di affrontare le turbolenze «su basi più solide». Intanto, sulla prossima legge di Bilancio si confrontano priorità diverse: famiglie, energia, imprese e investimenti. In uno scenario internazionale sempre più complicato, il problema è trovare le risorse. Giorgetti ha legato alcune scelte alla procedura europea sulla clausola di salvaguardia nazionale e ha chiesto un contributo a banche, assicurazioni e società energetiche. Secondo quanto si apprende, l’intenzione è proseguire sulla strada della riduzione delle imposte, con particolare attenzione al ceto medio e alle fasce più deboli.

Sul fisco, la priorità è stata il lavoro. Dei 140 miliardi indicati dal Governo, 38,8 sono riferiti al taglio del cuneo fiscale, 20 a quello contributivo e 25,3 alla riforma dell’Irpef: oltre 84 miliardi distribuiti su più anni. Dal sistema a quattro scaglioni del 2022 si è passati a tre: 23% fino a 28 mila euro, 33% tra 28 mila e 50 mila, 43% oltre. Per i dipendenti fino a 40 mila euro è stato inoltre reso strutturale il taglio del cuneo, attraverso indennità esenti e detrazioni differenziate.

Secondo l’esecutivo, cuneo e Irpef valgono insieme circa 21 miliardi all’anno di minore prelievo per i contribuenti interessati. È un punto sostanziale: gli interventi stabili pesano più dei bonus occasionali. Ma la cifra complessiva dei 140 miliardi comprende crediti d’imposta, incentivi, sgravi e interventi temporanei contabilizzati fino al 2027. Non sono 140 miliardi di tasse in meno ogni anno, né un assegno uguale per tutti.

Anche per questo la polemica sulla pressione fiscale, fanno sapere fonti di Palazzo Chigi, va maneggiata con precisione. Il quadro per il 2026 la colloca intorno al 43% del Pil: si possono ridurre singole imposte mentre il gettito complessivo cresce, spinto dall’occupazione, dai redditi nominali e dalla riscossione. Palazzo Chigi rivendica 101 miliardi recuperati dall’evasione nel triennio 2023-2025, di cui 36,2 nel 2025. Un risultato significativo, da leggere distinguendo le somme effettivamente recuperate dall’andamento ordinario delle entrate.

L’altro grande capitolo è l’occupazione. Il dossier indica 24,4 milioni di persone al lavoro, con il tasso di occupazione salito dal 60,1% del 2022 al 63% nel primo semestre 2026 e quello di disoccupazione sceso dall’8,1% al 5,6%. Il Governo parla anche di 1,4 milioni di posti stabili aggiuntivi. Sarebbe sbagliato attribuire ogni nuovo occupato a una singola misura: contano anche demografia, domanda delle imprese e andamento dell’economia. Ma è un dato che nessun bilancio del quadriennio può ignorare.

Più difficile è il tema delle buste paga. L’aumento degli occupati non cancella il problema dei salari reali, segnati dall’inflazione degli anni scorsi. Il fisco può restituire qualcosa ai lavoratori, non sostituire rinnovi contrattuali e produttività. Su questo terreno anche Bankitalia ha richiamato l’attenzione sui rischi legati a energia, tensioni internazionali e oneri finanziari, insistendo sull’utilità degli investimenti capaci di sostenere la crescita nel tempo. E l’esecutivo sta lavorando proprio a questo, secondo fonti del ministero dell’Economia, sempre compatibilmente con le risorse a disposizione.

Il Governo ha destinato, secondo il documento, 16,2 miliardi ad agevolazioni per gli investimenti e 14,9 miliardi a crediti d’imposta per le imprese alle prese con i rincari energetici. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione ha raggiunto il 51% nel secondo trimestre 2026, 4,4 punti percentuali in più rispetto al 2022. Qui Palazzo Chigi punta anche sulla ZES unica, con 10 miliardi di crediti d’imposta programmati fra 2024 e 2028 e un impatto economico stimato in 60 miliardi. La prova sarà vedere quanto di queste previsioni si tradurrà in fabbriche, lavoro e investimenti effettivi.

Il dossier lascia sul tavolo risultati e questioni ancora aperte. Meloni può richiamare stabilità, occupazione e interventi sul fisco; Giorgetti può rivendicare la scelta di non allentare la disciplina dei conti. Ma il passaggio più delicato è ancora davanti: far crescere produttività e salari senza perdere la fiducia dei mercati. La crescita sarà il banco di prova della prossima fase.

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