Meloni prepara la partita del 2027: conti, legge elettorale e il nodo Vannacci. Il piano per restare a Palazzo Chigi
Giorgia Meloni ha scelto la linea della stabilità: arrivare alla conclusione naturale della legislatura. Una volta superato lo scoglio della legge elettorale — a Palazzo Chigi stanno facendo i conti, ma nessuno teme davvero un’altra spiacevole sorpresa alla Camera a fine mese —, lo schema è quello di approvare definitivamente la nuova legge elettorale e non permettere che la crescita di Roberto Vannacci nei sondaggi si trasformi in un potere di veto sulle scelte del centrodestra.
La premier sembra convinta che il tempo possa lavorare a suo favore, consentendole di completare il programma, rivendicare cinque anni di governo e verificare quanto sia realmente solido il consenso di Futuro Nazionale. «Vorrei rimanere in carica fino alla fine della legislatura. Ho rivendicato con orgoglio la stabilità di questo governo», ha dichiarato Meloni il 16 settembre, aggiungendo che l’esecutivo continuerà a governare finché potrà contare su una maggioranza «forte e solida».
Non è stato casuale che lo abbia fatto accanto a Matteo Salvini e Antonio Tajani: un’immagine pensata per smentire le ricostruzioni su possibili elezioni anticipate e mostrare che, nonostante le tensioni, la coalizione resta unita sotto la sua guida. Anche il riconoscimento internazionale della sua premiership gioca a favore di Meloni. Nei mesi precedenti al voto, la premier potrebbe intensificare gli incontri e puntare a risultati visibili su immigrazione, energia, difesa delle imprese italiane e revisione delle regole europee, da presentare come frutti della stabilità e della ritrovata credibilità dell’Italia.
«Meloni è sicura di poter ottenere qualche concessione dall’Europa su migranti e bilancio. Bruxelles ormai la considera affidabile. La leadership della premier è inoltre considerata un argine ai nazionalismi e ai revanscismi dell’estrema destra, come quelli dell’AfD», dice una fonte diplomatica di stanza a Bruxelles. A ciò si lega un’altra carta nella strategia di Palazzo Chigi: trasformare il risanamento dei conti pubblici in un dividendo politico da spendere nel 2027.
Il deficit italiano dovrebbe scendere sotto la soglia europea del 3% già nel 2026, creando le condizioni per l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo nell’anno successivo. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha indicato proprio il 2027 come orizzonte possibile. Non significherebbe disporre improvvisamente di un grande “tesoretto”: l’elevato debito pubblico e le nuove regole europee continuerebbero a limitare la spesa. L’uscita dalla procedura avrebbe però un forte valore politico e potrebbe garantire maggiore flessibilità nella composizione della manovra.
Meloni potrebbe rivendicare di avere riportato il deficit sotto controllo senza imporre nuove tasse e, contemporaneamente, concentrare le risorse disponibili su ceto medio, famiglie, giovani e imprese. Secondo indiscrezioni interne, l’obiettivo sarebbe arrivare alla campagna elettorale con una manovra riconoscibile: prosecuzione del taglio del cuneo fiscale, riduzione dell’Irpef per il ceto medio, sostegno alla natalità, incentivi per le assunzioni dei giovani e interventi sulle imposte considerate più odiose. L’abolizione del bollo per una larga parte delle auto di piccola e media cilindrata sarebbe il primo segnale di questa impostazione.
Ma all’orizzonte c’è sempre il “problema” Vannacci, che secondo le ultime rilevazioni potrebbe essere determinante per far vincere o meno il centrodestra. Futuro Nazionale viene collocato dalle ultime rilevazioni intorno al 7-8%: una percentuale che non può essere ignorata, perché sottratta in gran parte alla stessa area di centrodestra. Resta però da capire quanto di questo consenso attribuito a Futuro Nazionale sia realmente consolidato. Martina Carone di YouTrend ha parlato di un possibile «massimo fisiologico» per Vannacci: il generale può crescere intercettando protesta, astensione ed elettori delusi della Lega e di Fratelli d’Italia, ma potrebbe incontrare difficoltà nel superare una determinata soglia. Il passaggio dalla notorietà televisiva alla costruzione di un partito nazionale richiede organizzazione territoriale, candidati credibili e una proposta capace di andare oltre pochi temi identitari.
Il politologo Massimiliano Panarari ha sintetizzato il problema osservando che la strategia di Meloni era quella di non lasciare spazio alla propria destra, mentre «ora qualcuno alla sua destra c’è». Vannacci starebbe conducendo una sorta di incursione nell’elettorato più radicale dei partiti di maggioranza, intercettando quei cittadini che accusano il governo di avere moderato eccessivamente le promesse originarie. Secondo altri, però, ciò potrebbe diventare un vantaggio per Meloni & C.
A Palazzo Chigi, infatti, si ragionerebbe sul fatto che una campagna elettorale polarizzata possa infine favorire Meloni. Più Vannacci insisterà su provocazioni, negazione della specificità del femminicidio e nostalgie controverse, più una parte degli elettori di destra potrebbe scegliere la premier come argine responsabile. Meloni, tuttavia, vuole evitare sia lo scontro frontale sia l’inseguimento.
«Attaccare quotidianamente Vannacci significherebbe accreditarlo come principale antagonista della premier; spostarsi sulle sue posizioni rischierebbe invece di danneggiare l’immagine di affidabilità costruita in Europa e di allontanare la componente moderata della coalizione, a partire dall’elettorato di Forza Italia», dice un senatore di lungo corso di FdI. Nei partiti della maggioranza circola la convinzione che la decisione su Vannacci verrà rinviata fino all’approvazione della riforma. Aprire ora una trattativa permetterebbe al generale di alzare il prezzo e di presentarsi come indispensabile.
L’orientamento sarebbe invece quello di mantenere eventualmente aperti soltanto canali informali, osservando nei prossimi mesi l’andamento dei sondaggi e la capacità organizzativa di Futuro Nazionale. E poi c’è il tema di quando andare a votare. «Per Meloni la primavera presenterebbe alcuni vantaggi. Il primo sarebbe impedire al campo largo di guadagnare altro tempo per celebrare le primarie, individuare un candidato comune e risolvere le divisioni tra Partito democratico, Movimento 5 Stelle e forze centriste. La nuova legge elettorale, imponendo l’indicazione preventiva del candidato premier, potrebbe accentuare proprio queste contraddizioni», dice un deputato meloniano, secondo il quale un’imboscata da destra sulla legge elettorale è irrealistica e assai improbabile.
Secondo fonti interne alla maggioranza, Meloni avrebbe rinviato la decisione definitiva a dopo l’approvazione della nuova legge elettorale. Solo allora Palazzo Chigi potrà valutare con maggiore precisione la tenuta della maggioranza, l’evoluzione dei sondaggi e la capacità organizzativa di Vannacci. La premier vuole conservare entrambe le opzioni: «bruciare i tempi» in primavera oppure «comprare tempo» fino a settembre. Anche la scelta della data diventa così parte della sua strategia: mantenere l’iniziativa, impedire che gli avversari completino la propria organizzazione e presentarsi agli italiani come l’unica figura in grado di garantire altri cinque anni di stabilità.


