L’Italia ha conosciuto stagioni di odio ideologico, di slogan disumanizzanti, di semplificazioni feroci: non dovrebbe averne nostalgia. Il commento
C’è una differenza enorme tra avere idee di destra e scivolare nella barbarie del linguaggio politico. Una differenza che andrebbe difesa proprio da chi si riconosce nei valori del conservatorismo democratico. Si può essere favorevoli a politiche migratorie più severe. Si può chiedere maggiore sicurezza. Si può sostenere che l’integrazione abbia regole e limiti. Si può persino contestare alcune battaglie del movimento LGBTQ+, purché lo si faccia nel rispetto della dignità delle persone. È il sale della democrazia. È il pluralismo. È la politica.
Ma quando, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, Roberto Vannacci arriva a evocare la deportazione dei migranti o a parlare dei diritti degli omosessuali come se fossero una sorta di favore concesso da una maggioranza magnanima, il piano cambia radicalmente.
Perché le parole hanno un peso. E alcune parole hanno una storia. “Deportazione” non è un termine neutro. Non è sinonimo di rimpatrio. Non è una formula tecnica da inserire in un programma elettorale. È una parola che richiama pagine oscure dell’Europa, l’idea che esseri umani possano essere spostati come merci indesiderate. Usarla con leggerezza significa banalizzare ciò che la nostra storia dovrebbe averci insegnato.
Allo stesso modo, sostenere che i gay abbiano “anche il diritto di guidare” non è una provocazione brillante. È la riduzione dell’uguaglianza a una caricatura. I diritti non sono una gentile concessione della maggioranza di turno. Sono il fondamento dello Stato di diritto. E valgono per tutti, anche per chi vota diversamente da noi.
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Il problema, allora, non è la destra. Anzi. Una destra liberale, europea, moderna dovrebbe essere la prima a prendere le distanze da questo tipo di retorica. Perché se tutto diventa ammissibile in nome della libertà di espressione, allora il confine tra il confronto politico e l’imbarbarimento del dibattito finisce per dissolversi.
L’Italia ha conosciuto stagioni di odio ideologico, di slogan disumanizzanti, di semplificazioni feroci. Non dovrebbe averne nostalgia. Non dovrebbe nemmeno flirtare con certi fantasmi. La politica dovrebbe elevare il livello della discussione, non abbassarlo. Dovrebbe indicare soluzioni, non bersagli. Dovrebbe parlare alla parte migliore del Paese, non a quella più rabbiosa.
Si può essere di destra, di sinistra o di centro. Si può sostenere il governo o combatterlo ogni giorno. Ma ci sono principi che dovrebbero restare fuori dalla contesa elettorale: il rispetto della dignità umana, il rifiuto di ogni disumanizzazione, la consapevolezza che la democrazia vive di limiti oltre che di consenso. Il punto non è censurare Vannacci. Il punto è non abituarsi. Perché la storia insegna che le idee pericolose raramente si presentano come tali. Spesso entrano nel dibattito travestite da buon senso, da provocazione, da “si dice quello che la gente pensa”. E invece no. Ci sono cose che una società matura deve avere il coraggio di respingere. Non perché siano impopolari. Ma perché sono sbagliate. E su questo non dovrebbero esistere né destra né sinistra. Solo il confine, sottilissimo ma decisivo, tra civiltà e regressione.

