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Politica

Di Gianni Pardo


Galli Della Loggia, sul “Corriere” riconosce che è difficile essere moderati di destra, perché l’Italia è naturalmente di sinistra: “da decenni le istituzioni, i grandi corpi dello Stato, gli alti funzionari, le «autorità», i grandi giornali, la cultura riconosciuta, tutto quanto, lasciato libero di esprimersi, parla in maniera naturale un linguaggio «di sinistra»”(1). Per essere percepiti come in disaccordo con questa tendenza prevalente non basta distanziarsene un po’: bisogna essere violentemente anti-sinistra, come Silvio Berlusconi. Diversamente, come è capitato a Gianfranco Fini, si è cancellati dalla politica.

Della Loggia attribuisce la causa di tutto ciò alla catastrofe del fascismo che “ha voluto dire la delegittimazione di tutto quanto recasse un’impronta ‘di destra’ ”. E qui si deve dissentire. La delegittimazione ha colpito gli orpelli del fascismo, la sua retorica  e il fatto che ci ha portati ad una sconfitta ignominiosa: non la sua sostanza politico-sociale. Buona parte della sua legislazione è stata infatti “di sinistra” e alcune sue istituzioni, di marca prettamente socialista, hanno soltanto cambiato il nome. Tolto il nazionalismo e la dittatura, il fascismo fu socialismo. Del resto Mussolini fu direttore dell’ “Avanti!”.  L’Italia è di sinistra per altre ragioni.

Il comunismo ha offerto un sistema socio-economico alternativo a quello classico ed ha predicato la dittatura del proletariato. Però la dittatura del proletariato è divenuta dovunque la dittatura del Partito e l’economia marxista ha portato alla miseria generalizzata. Il comunismo è dunque finito nella spazzatura della storia.  Il socialismo invece non ha una teoria economica: il modello produttivo rimane quello classico; e non ha neppure una teoria politica:  si inserisce nel normale gioco democratico. È dunque uno stato d’animo, un atteggiamento mentale, una tendenza alla difesa dei più sfortunati. Il suo nocciolo è il dovere della pietà, della solidarietà, della generosità. Qualcosa di evangelico e di utopistico. E proprio in questo risiede il suo difetto.

La solidarietà e la pietà sono due grandissime virtù private; se invece si desidera che in nome nostro siano altri, e in particolare lo Stato, a dimostrarsi solidali e pietosi, quelle virtù si trasformano in costi e in rapina a carico dei cittadini più produttivi. Alla lunga ciò provoca gravi danni alla collettività. Quanto più uno Stato è socialista, tanto più spende, tanto più intralcia la creazione di ricchezza e, infine, tanto più si indebita.

L’Italia è un eccellente esempio di tutto ciò. Il fascismo sociale le piaceva eccome e per questo si sono avuti “gli anni del consenso”. Essa ha invece reagito  violentemente al disastro della guerra, e se in seguito i comunisti - corifei del “sociale” - non trionfarono, fu a causa del loro ateismo e dei disastri politici ed umani provocati nei Paesi in cui avevano vinto. Ma rimase l’idea che, pur avendo torto politicamente, essi avessero ragione socialmente. Infatti il Pci, pure annichilito dalla storia, è sopravvissuto, ha cambiato nome, è divenuto socialista senza ammetterlo, ed ha purtroppo conservato, del comunismo, la sistematica e fanatica intolleranza. L’Italia aderisce con le viscere al socialismo utopico e sopporta male le obiezioni di chi le parla di conti, di bilanci, di entrate ed uscite. I sindacati, col loro massimalismo, sono la voce “armata” e irragionevole di questa mentalità.

Chi non è di sinistra non rappresenta tanto la destra (entità astratta e inconsistente) quanto l’umile voce della ragionevolezza. Un liberalismo che privilegia la creazione della ricchezza rispetto alla fantomatica “distribuzione” di essa: soprattutto perché è difficile distribuire ciò che non si è creato. Un liberalismo che privilegia l’iniziativa privata, visto che lo Stato agisce con altissimi costi e bassissima efficienza. Un discorso banale e arido che contrasta con le idealità degli italiani. Questi preferiscono sempre il sogno alla realtà. Vorrebbero che lo Stato desse tutto senza incassare niente, vorrebbero le più belle riforme senza pagarne i costi. La destra non ha un’ideologia perché lo stesso liberalismo è fondamentalmente una posizione neutrale, la semplice richiesta di uno Stato leggero. Il fascismo invece è stato di sinistra e utopico, dunque non ha educato alla realtà. Passare dal fascismo al comunismo, come mentalità, è stato naturale. E non si è superato il contrasto tra l’utopia e la razionalità.

Il governo attuale non ha il coraggio di drastiche riforme e di drammatici tagli di spesa, è obbligato a fare i conti con ineludibili esigenze di bilancio, come fosse un governo “di destra”, e per questo è in un vicolo cieco. Non riesce a spiegare agli italiani che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, proverbio quant’altri mai opposto all’utopia.

pardonuovo.myblog.it

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