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Politica
Politici e sindacati peggiori al mondo. Italia unica con salari giù in 30 anni

I numeri mostrano che abbiamo la peggior classe politica e sindacale dell’Ocse. Crollo delle retribuzioni in 30 anni.


Abbiamo la classe politica e sindacale peggiore del mondo delle economie avanzate e che hanno gestito nel peggiore dei modi la tanto agognata globalizzazione. 
Negli ultimi trent’anni, tra il 1990 e oggi, l`Italia è l’unico Paese Ocse in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite, -2,9% in termini reali rispetto a qualsiasi altro Paese. Lo mostra il 55esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. La variazione delle retribuzioni degli italiani impallidisce se messa a confronto con quella della Lituania, dove è salita del +276,3%, primo Paese in graduatoria. 

Ma senza voler scomodare Corea del Sud con +92,2%, Cile con +67,6% o la Svezia, +63,0%, l’Italia è un disastro anche rispetto a Paesi come Germania, +33,7% e Francia con un +31,1%. Su 35 Paesi analizzati, cioè tutti quelli valutati e sottoposti a screening, siamo l'unico che vede le proprie retribuzioni diminuire rispetto a 30 anni fa. Anche il Giappone che è penultimo nella classifica è cresciuto nelle retribuzioni della popolazione con un +4,4%. 
Non serve aver studiato macroeconomia per comprendere che la retribuzione della forza lavoro di un Paese è determinata dal mercato del lavoro, dalle condizioni prevalenti nel mercato, dalla contrattazione sindacale e dalle condizioni legislative per favorire alcune dinamiche del mercato rispetto ad altre.
Ad esempio più basso è il tasso di disoccupazione tanto maggiori saranno i salari, anche in assenza di contrattazione collettiva dei lavoratori. I lavoratori hanno sempre una forza contrattuale proporzionata alla natura del lavoro e che varia a seconda del tipo di attività prevalenti nel Paese.
Come non comprendere poi che rimpiazzare un lavoratore di un fast-food è più semplice che rimpiazzare un lavoratore artigiano, dell’intelligenza artificiale o in generale uno specializzato.
Sul contesto poi incidono le condizioni legislative ideate dai politici e la contrattazione avanzata dai sindacati. 
I numeri italiani mostrano in modo incontrovertibile l’inconsistenza della classe politica e sindacale del Belpaese.


Politica e sindacati si sono mangiati la ricchezza accumulata negli anni ‘70, ‘80 e ‘90. Italiani inquieti se pensano al futuro

Eppure il Pil dell’Italia era cresciuto complessivamente del 45,2% in termini reali nel decennio degli anni `70, del 26,9% negli anni `80, del 17,3% negli anni `90. Poi arriva la graduale frenata. 
L’Italia cresce del 3,2% negli anni 2000 e dello 0,9% nel decennio pre-pandemia, prima di crollare dell’8,9% nel 2020. 
Il rapporto degli italiani con il lavoro resta problematico. Nella percezione, l`82,3% della popolazione pensa di meritare di più nel lavoro e il 65,2% in generale nella propria vita, il 69,6% si dichiara molto inquieto pensando al futuro, dato che sale al 70,8% tra i giovani. 
Il 36,4% degli italiani valuta la crisi prodotta dalla pandemia come un processo che aumenterà la precarietà, lo pensa il 42,3% delle donne. Solo il 27,8% della popolazione considera le risorse europee e il Pnrr elementi in grado di garantire occupazione e sicurezza economica per i lavoratori e le famiglie. Un dato un po' limitante, se pensiamo all’enfasi assegnata alle risorse che arriveranno dalla Ue in forma di debito. Restano alti i tassi di disoccupazione e ampie le sacche di inattività di un mercato del lavoro che non si muove e che nessuno intende più riformare, dall’assassinio nel 2002 del giuslavorista Marco Biagi. Per il 30,2% degli italiani, al primo posto tra i fattori che frenano l’inserimento professionale, ci sono le retribuzioni troppo basse. Al secondo, per il 29,9% degli italiani, c’è la persistenza di condizioni inadeguate per avviare un’attività in proprio, a partire dal peso dei troppi adempimenti burocratici, fino al carico fiscale che grava sull’attività d'impresa. Secondo i dati raccolti ed elaborati dal Censis, dal 2008 al 2020 il lavoro indipendente in Italia si è ridotto di 719.000 unità, passando da quasi 6 milioni di occupati a poco più di 5 milioni (-12,2%). Questo anche se il 40,0% degli italiani definisce la libera professione un’attività prestigiosa che fa valere le competenze acquisite e l’impegno dedicato allo studio.


L’avvento della Cina del WTO e l’accelerazione della globalizzazione selvaggia

L’entrata della Cina nel WTO, voluta dal governo americano a guida Bill Clinton segna l’inizio della globalizzazione più selvaggia. L'idea era quella di far diventare la Cina un'economia di mercato. Ma la Cina non ha mai accettato le regole occidentali ed è rimasta una dittatura che ha visto esplodere in vent'anni la propria economia e i propri redditi procapite. E nel Paese a guida comunista non è possibile a soggetti esteri vincere appalti pubblici.
I cinesi sanno di non essere un'economia di mercato ma sanno che una competizione dove l’avversario ha le mani legate fa comodo. Basta ingraziarsi in qualsiasi modo i politici nazionali dei Paesi che contano, arte in cui i cinesi sono maestri. Ma non solo nel settore politico. Da anni la Cina inonda di miliardi i quotidiani occidentali, così come i centri studi occidentali e le università in una costante attività di colonizzazione.
Lo studio condotto dall'Economic Policy Institute, ha stimato che dal 2001 gli americani hanno perso 3,4 milioni di posti di lavoro, il 74% dei quali nel settore manifatturiero. Stesso processo è accaduto in Europe e in Italia. In sostanza, molto di quello che prima si produceva in occidente è migrato nelle fabbriche cinesi, a costi inferiori con il trasferimento di ricchezza e posti di lavoro.
E così anche in Italia, sin da prima della pandemia, quei pochi che  ancora, per miracolo, riescono a fare impresa e produrre qualcosa fanno fatica a trovare anche un operaio metalmeccanico, un fresatore o un tornitore mentre gli altri che restano in Italia rimangono a casa a comprare con i soldi della Cassa integrazione o con il reddito di cittadinanza, su Alibaba il tostapane cinese (e non italiano). Nella nostra politica di “non espansione economica” i soldi vanno sempre a finire in Cina. Sarà forse per questo che siamo in fondo alla tabella mondiale dell’Ocse?

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