di Massimo Falcioni
Il possibile ricorso di Antonio Bassolino “disgustato” per l’illegalità di domenica scorsa in alcuni seggi delle Primarie del Pd a Napoli dimostra come un simile strumento non regolato da leggi è facile a strumentalizzazioni e a truffe e a quale livello di colpi bassi e velenosità è giunta la lotta politica nel Partito democratico. C’è spazio per la Procura che apre un fascicolo pur senza formulare ipotesi di reato e per chi come Grillo gongola: “Chi tace sui brogli è complice”. Soprattutto c’è il la volontà di rimestare letame dentro il Pd in un rimpallo infinito di responsabilità dove le vittime si scambiano con i carnefici e viceversa.
Annunciate sempre come panacea di tutti i mali le primarie si trasformano sempre in caos, con l’ombra cupa di elezioni truccate, rischiando davvero di rimpiangere la Dc, il Psi, il Pci della prima Repubblica dove, almeno, la lotta per il potere era anche lotta per le idee.
Insomma, la vernice spalmata ancora una volta sulle primarie per tonificare la facciata del Partito democratico, non tiene. Si scrosta. E vengono alla luce macchie e muffe, ruggini vecchie e nuove. Che ripropongono una lotta intestina senza quartiere per accaparrarsi anche l’ultimo strapuntino pur di entrare in qualche stanza del potere inteso non come esercizio di valori ideali ma come centro di business. Le primarie sono il chiavistello del potere: prendendo il partito – ai vari livelli – poi si ottiene quasi sempre il comando delle istituzioni o, comunque, lo si condiziona. Il flop dei gazebo a Roma, il caos che si annuncia a Napoli, non sono fatti isolati ma l’iceberg di una gestione del potere sempre più personalistica e burocratizzata, rompendo l’antico radicamento politico e sociale. Così fra la gente passa la logica del “tanto sono tutti uguali” disertando prima i gazebo delle primarie e poi le cabine elettorali delle Secondarie.
Lo sforzo di rinnovamento impresso al Partito Democratico da Matteo Renzi, privo di una solida base ideale e politica, scivola così nell’ingovernabilità, con punte fra il ridicolo e il patetico.
La formula togliattiana e degasperiana del “rinnovamento nella continuità” – cioè rinnovarsi senza perdere un patrimonio prezioso di esperienze e di uomini abiurata da Renzi ha trasformato il Pd – specie nel territorio – oltre che in squadre di arrivisti per lo più dilettanti con notevoli dosi di trasformismo, in un “verminaio”, fra cacicchi e capi bastone.
Nel Partito Democratico – tant’è si dica il contrario – c’è molto del vecchio Pci quando Giorgio Amendola rilevava: “ C’è una forte tendenza a creare il capo, a fondarsi sull’autorità dell’ipse dixit, della citazione usata in modo dogmatico, a rifugiarsi sotto l’ombrello di chi comanda”. Da qui una classe politica dove la selezione non si basa sulle qualità dimostrate, sulla capacità di lavoro, sulla modestia, sull’onestà, ma dove a dominare sono il carrierismo, la passività, i personalismi. Renzi accusa le minoranze interne di “gufare” e ha ragione perché la democrazia non è libertà di mugugno, ma impegno, corresponsabilità, battaglia alla luce del sole con il pluralismo che non deve significare convivenza opportunistica ma confronto schietto, sincero, leale. Una battaglia politica va condotta con spirito di comprensione e con tolleranza reciproca perché la democrazia è un confronto permanente di posizioni. Una lotta politica ha sempre i suoi prezzi che occorre saper pagare. Oggi, nel Pd, oltre a qualche sparata, c’è un silenzio voluto, di calcolo politico.
Insomma, ancora una volta i nodi vengono al pettine con le Primarie che infuocano la polemica fra renziani e antirenziani.
Niente di nuovo perché da sempre nei partiti c’è stata lotta interna fra maggioranza e minoranza e/o minoranze essendo una caratteristica essenziale di democrazia. Nel Pci il gioco reggeva grazie al Centralismo democratico dove ci si poteva anche scannare ma a porte chiuse e dove le posizioni contrastanti di destra e di sinistra trovavano la sintesi in una leadership di “centro”, da Togliatti a Berlinguer. Nella Dc (e nel Psi) vigeva il sistema delle correnti, con un equilibrio basato, oltre che sulla mediazione di politiche differenti (per esempio sulle alleanze), sulla spartizione del potere, questo a me questo a te.
Nel Partito Democratico, “amalgama mal riuscita” (D’Alema dixit), l’era Renzi è caratterizzata dalla “rottamazione” dove la questione anagrafica è una trovata populista per cancellare gli avversari interni più tosti e per far fuori chi non si allinea al nuovo padrone. Tradotto: qui comando io e chi non è con me è contro di me per cui ai perdenti non restano che due strade: o andarsene volontariamente imbucando la via della dispersione e dell’irrilevanza e innescando la carambola di mini scissioni, o farsi cacciare puntando ad entrare nell’albo delle … vittime. Non è stato e non è così nei partiti padronali di Berlusconi e di Grillo-Casaleggio? Sia il Cav sia oggi Renzi (lasciamo stare i proprietari del M5S) di fatto incarnano una vocazione estremista della politica piuttosto che una posizione moderata. C’è una corsa alla riduzione verticistica della complessità democratica con un incupirsi fazioso della contesa, una condizione di precarietà che tiene tutti sui carboni ardenti aumentando la distanza tra cittadini e politica. Di questo passo – visti i risultati – la prospettiva rischia di essere quella di un crepuscolo indecoroso che aggrava e aumenta delusione e inquietudine sulla qualità di una classe dirigente non all’altezza della sfida. Anche stavolta la frittata è fatta. Renzi convoca la Direzione del partito per il 21 marzo. Altro (inutile) giro di giostra?

