Donne in Parlamento, il nodo delle preferenze: cosa c’è di vero nell’appello bipartisan. E la Boschi dice no
Un appello a non votare le preferenze perché – sostengono Elena Bonetti, Silvana Comaroli, Isabella De Monte, Chiara Gribaudo e Luana Zanella – svantaggiano l’elezione delle donne in Parlamento. Una proposta bocciata senza se e senza ma da Raffaella Paita e Maria Elena Boschi – rispettivamente capogruppo di Italia Viva al Senato e alla Camera – che hanno sottolineato come l’approccio contenuto nell’appello bipartisan lanciato ieri sia radicalmente sbagliato.
“Rinunciare alle preferenze perché almeno vengono elette più donne significa avere una idea della politica e delle donne che noi non condividiamo. Le preferenze restituiscono potere ai cittadini. Casomai è importante consentire la doppia preferenza di genere, ma negare le preferenze significa allontanare i cittadini dalle decisioni”, sostengono le due.
E ancora: “Noi guidiamo gruppi parlamentari, siamo state elette da colleghi e colleghe, non abbiamo timore di misurarci con consenso. Pensare che per tornare in parlamento ci si debba affidare solo ai segretari di partito e non alla nostra capacità di raccogliere voti ci trasforma in panda”.
Una tesi, questa, che mette il merito e la cooptazione davanti alla concitante questione delle quote rosa. “Figlie di una culturale democratica e liberale”, Paita e Boschi ricordano come Italia Viva sia non solo un partito guidato in Parlamento da due donne, ma abbia addirittura espresso la preferenza di solo donne anche per gli incarichi di ministro. E ancora, la candidatura di cinque donne capoliste alle europee, tutte elette. Infine, l’auspicio ad abbracciare, e non sabotare, la battaglia per le preferenze. Ma cosa c’è di vero nelle due tesi? Esiste, davvero, una relazione diretta tra voto di preferenza e minore presenza femminile in Parlamento?
Vero, ma solo in parte
Secondo le firmatarie dell’appello, le preferenze premiano soprattutto la “forza delle reti personali, la disponibilità di risorse economiche, la notorietà costruita nel tempo”. Condizioni, queste, che vedrebbero troppo spesso le “donne partire da una posizione di svantaggio, o dipendere da reti di potere costruite da altri”. L’argomento, presente in diversi studi sul comportamento elettorale, viene sostenuto da alcune analisi comparative che portano alla luce due evidenze. La prima: i sistemi basati su liste bloccate tendono a favorire una maggiore quota di elette donne, perché le segreterie possono imporre vincoli di genere nella composizione delle liste. La seconda, diretta conseguenza della prima: i sistemi con voto di preferenza possono invece premiare candidati con maggiore notorietà, che storicamente sono stati più spesso uomini.
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Tuttavia, questa tesi non implica automaticamente che le preferenze “riducano” la presenza femminile in modo lineare o inevitabile. L’argomentazione delle firmatarie mescola infatti piani differenti: il voto di preferenza, cioè il meccanismo di scelta dell’eletto dentro una lista; e il sistema elettorale complessivo (liste, soglie, premi di maggioranza, collegi, regole di candidatura). In Italia, la rappresentanza femminile dipende soprattutto da regole di composizione delle liste, obblighi di equilibrio di genere, eventuali meccanismi di doppia preferenza, assetto proporzionale o maggioritario del sistema.
In altre parole, non esiste un rapporto diretto e isolabile tra “preferenze” e “penalizzazione delle donne”, perché l’effetto è sempre mediato dal sistema nel suo insieme. E anche in merito agli altri temi chiamati in causa delle firmatarie dell’appello, è difficile valutare la diretta incidenza di elementi strutturalmente diversi tra loro sulla rappresentanza di genere. Il voto fuori sede riguarda l’accesso al voto, non la selezione dei candidati, così come il premio di maggioranza incide sulla distribuzione dei seggi tra partiti, non direttamente sul genere degli eletti.
Cosa dicono i dati sulla rappresentanza femminile
Tra l’altro, le riforme introdotte negli ultimi anni, soprattutto a livello comunale e regionale, hanno combinato obblighi di equilibrio di genere nelle liste – Rosatellum (legge n. 165/2017 -; meccanismi di doppia preferenza di genere – introdotta dalla Legge n. 215 -; e limiti alla prevalenza di un singolo genere nelle candidature. Interventi che hanno prodotto una crescita della presenza femminile nelle istituzioni locali dopo il 2012. Lo sostiene, tra gli altri, un’analisi del CISE, che evidenzia un incremento significativo delle elette nei consigli comunali nelle tornate successive alla riforma.
A fotografare l’evoluzione della rappresentanza femminile nelle istituzioni è anche il dossier del Senato Parità vo cercando. 1948-2018.Le donne italiane in settanta anni di elezioni, redatto dall’Ufficio Valutazione Impatto. Il documento evidenzia come la presenza delle donne in Parlamento sia cresciuta dal 5% della prima legislatura repubblicana, nel 1948, al 35% delle elezioni del 2018, quando furono elette 334 parlamentari (225 alla Camera e 109 al Senato).
Secondo il dossier, questo incremento è strettamente legato alle riforme introdotte negli ultimi decenni per favorire il riequilibrio di genere, a partire dalle modifiche costituzionali del 2001-2003 fino all’Italicum del 2015 e alla legge elettorale n. 165 del 2017 (Rosatellum). Allo stesso tempo, il dossier sottolinea che, nonostante il progresso, le donne continuano a incontrare maggiori difficoltà rispetto agli uomini nel conquistare un seggio: nel 2018 rappresentavano circa il 45% dei candidati, ma solo il 35% degli eletti. Un divario che, secondo l’analisi del Senato, dimostra come le misure di riequilibrio abbiano migliorato la rappresentanza femminile senza eliminare gli ostacoli che ancora incidono sulla competizione politica.
Una semplificazione senza dati
Insomma, sostenere che il voto di preferenza penalizzi automaticamente l’elezione delle donne è una semplificazione che i dati disponibili non consentono di confermare. L’effetto delle preferenze può e deve essere valutata solo all’interno del complessivo sistema elettorale.
L’appello delle parlamentari coglie sì un tema reale – quello gli ostacoli strutturali che ancora limitano la partecipazione politica delle donne – ma attribuisce al solo voto di preferenza una responsabilità che le evidenze disponibili non possono dimostrare in modo univoco. Posta così, in termini di un aut-aut tra preferenze e quote rosa, la questione sembra alimentare una contrapposizioneteorica e astratta che non solo non risolve i problemi ma, tutt’al più, sembra anche allontanare dalla risoluzione di quelli esistenti.

