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Ranucci, il paradosso delle fughe di notizie e il sospetto di un futuro in politica. L’analisi

Ranucci al centro delle critiche sulle fughe di notizie. Fonti politiche ipotizzano un futuro fuori dalla Rai e un possibile approdo in Avs

Ranucci, il paradosso delle fughe di notizie e il sospetto di un futuro in politica. L’analisi
ranucci

Urso chiede alla Rai verifiche su fonti e processi editoriali e il ritorno della Vigilanza

Ci sono vicende che finiscono per raccontarsi da sole. Il caso che vede protagonista Sigfrido Ranucci sembra essere una di queste. Dopo aver costruito negli anni la propria immagine pubblica come volto del giornalismo d’inchiesta, il conduttore di Report si trova oggi al centro di una polemica che molti osservatori definiscono quantomeno singolare. Gli ultimi risvolti della inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025, a Pomezia, ai danni di due auto del giornalista televisivo stanno provocando un vero e proprio terremoto. Nelle ultime settimane Ranucci ha espresso forte preoccupazione per le continue fughe di notizie provenienti dalle procure, denunciando un fenomeno che, a suo giudizio, rischia di compromettere il corretto funzionamento della giustizia e di alimentare processi mediatici. Una posizione che, in astratto, appare condivisibile: la tutela delle indagini e il rispetto delle garanzie sono principi fondamentali dello Stato di diritto. Il punto, però, forse è un altro, come fa notare una qualificata fonte di Chigi, che parla della vicenda come di un caso dai risvolti inquitanti. Ed è proprio qui che nasce il paradosso. Per anni il successo di molte inchieste televisive, non soltanto di Report ma più in generale di una parte consistente del giornalismo investigativo italiano, è stato alimentato anche dalla disponibilità di documenti, verbali, intercettazioni e atti d’indagine arrivati all’opinione pubblica ben prima della conclusione dei procedimenti giudiziari. È una prassi che da tempo divide il dibattito pubblico è sulla quale si sono confrontati magistrati, avvocati, politici e giornalisti.

“Per questo motivo sorprende che oggi proprio Ranucci assuma il ruolo di severo censore di un meccanismo che, almeno agli occhi dei suoi critici, ha spesso rappresentato uno degli strumenti attraverso cui il giornalismo d’inchiesta ha potuto raccontare vicende di grande impatto mediatico”. afferma la fonte. Da qui l’accusa di incoerenza che gli viene rivolta: condannare oggi ciò che per anni è stato considerato, se non una risorsa, quantomeno una componente fisiologica dell’attività investigativa giornalistica. Non è l’unico elemento che alimenta il dibattito attorno al giornalista. Da tempo, infatti, si rincorrono indiscrezioni sul suo futuro professionale. In ambienti politici e televisivi si parla con sempre maggiore insistenza di un possibile ridimensionamento del suo ruolo in Rai e, parallelamente, dell’ipotesi di un approdo diretto in politica. Si tratta di voci che Ranucci ha sempre smentito con decisione e che, allo stato, non trovano conferme ufficiali. “È assolutamente evidente che le inchieste di Report erano in questi ultimi anni orientate in chiave strumentale a fine politico. Era già tutto pronto per una sua discesa in campo. ci sarebbe stata ancora qualche altra inchiesta forte, sulla scorta di congetture e soffiate di personaggi come quel Lavitola e poi sulla scorta dei probabili attacchi che avrebbe ricevuto, la sua candidatura a furor di popolo. Ma al contrario di quello che si pensa è improbabile che uno come Giuseppe Conte avrebbe accettato una figura così ingombrante. La sua collocazione con ogni probabilità era in Avs.” dice una fonte qualificata di Forza Italia.

Insomma il tema della commistione tra politica ed informazione, continua periodicamente a riaffacciarsi nel dibattito pubblico. Anche perché il confine tra giornalismo fortemente orientato è impegno politico, soprattutto nell’epoca della comunicazione permanente, appare sempre più sottile. Non sarebbe certo il primo caso di un volto noto dell’informazione che, dopo anni di esposizione televisiva, decide di trasformare il consenso costruito davanti alle telecamere in consenso elettorale. E anche il fatto che lui nega da tempo, assomiglia molto da vicino ad un altro caso di volto molto noto, sempre di rai 3, Lucia Annunziata, che dopo decine di smentite, alla fine si è candidata nelle file del Pd per il parlamento europeo, dove tutt’ora siede. La storia recente della Rai offre diversi esempi di giornalisti che, dopo aver escluso un impegno diretto, hanno successivamente scelto di candidarsi o di assumere incarichi politici. “È proprio questo intreccio tra informazione, protagonismo personale e politica a rendere la vicenda particolarmente delicata. Chi svolge il mestiere del giornalista è chiamato non solo a essere indipendente, ma anche ad apparire tale.

Quando il sospetto di un possibile approdo politico inizia a circolare con insistenza, inevitabilmente ogni inchiesta e ogni presa di posizione vengono lette anche attraverso quella lente. E il fatto che la nostra segretaria abbia spesso alimentato questo tipo di giornalismo, è l’ennesimo segnale della deriva massimalista del partito” dice un deputato riformista del Pd, tra i più critici verso le posizioni massimaliste della segretaria. Intanto a Palazzo Chigi si guarda la vicenda con un insolito distacco, misto ad un pizzico di malcelata soddisfazione, convinti che questa vicenda possa una volta per tutte smascherare un certo modello di giornalismo basato su congetture, fughe di notizie, coinvolgimento di fonti equivoche per realizzare inchieste manipolate ad arte per attaccare avversari politici. Qualcuno a Chigi ha accostato questa vicenda di Ranucci con quella della grazia concessa a Nicole Minetti, sottoposta ad una vera e propria gogna mediatica da parte del Fatto quotidiano (sulla quale non a caso intervenne in maniera assai maldestra anche lo stesso Ranucci). Ma c’è da segnalare invece l’iniziativa di Urso, che ha scritto ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, chiedendo di ricostituire con urgenza la Commissione parlamentare di Vigilanza. Parallelamente si è rivolto all’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, affinché l’azienda chiarisca quali strumenti intenda adottare per garantire l’affidabilità delle fonti, dei consulenti e dei processi editoriali del servizio pubblico. Un segnale forte che vuole riportare la vicenda sul piano istituzionale, tralasciando le contrapposizioni di parte. Urso prova così a trasformare un caso dominato da sospetti, ricostruzioni e scontri personali in una questione di responsabilità istituzionale. La vicenda, è sempre il ragionamento che si fa ai massimi livelli di Chigi, impone una riflessione anche sul modo in cui Ranucci ha progressivamente trasformato il proprio ruolo giornalistico in una posizione di aperto conflitto politico.

Nel marzo 2025 il conduttore arrivò ad accusare Giovanbattista Fazzolari di avere “attivato i servizi segreti” per raccogliere informazioni sulla sua attività. Un’accusa gravissima, respinta dal sottosegretario come “delirante” e rimasta, sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili, priva di riscontri capaci di dimostrare che Fazzolari abbia ordinato pedinamenti o attività dell’intelligence. Quelle affermazioni contribuiscono a rafforzare l’impressione di un Ranucci sempre meno limitato al ruolo di giornalista e sempre più disposto ad agire come un protagonista dello scontro politico. Nel frattempo resta un dato evidente: il caso Ranucci continua a dividere profondamente l’opinione pubblica. E forse il vero interrogativo non riguarda tanto il suo futuro, quanto il rapporto sempre più complicato tra giornalismo, spettacolarizzazione dell’inchiesta e credibilità dell’informazione, un tema destinato a rimanere centrale ben oltre le polemiche di queste settimane.

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