Referendum Giustizia, il Magistrato Edmondo Bruti Liberati: “La riforma indebolisce le garanzie costituzionali e spazza via il ruolo del Csm: ecco perché bisogna votare no”
La separazione delle carriere è solo la punta dell’iceberg. Dietro il dibattito sulla riforma della giustizia, secondo Edmondo Bruti Liberati, si gioca una partita più ampia che riguarda l’equilibrio tra poteri dello Stato e il ruolo della magistratura in una democrazia costituzionale. L’ex procuratore capo di Milano, a pochi giorni dal voto, legge la riforma proposta dal governo come parte di un confronto politico e istituzionale più profondo, che tocca direttamente il rapporto tra esecutivo e potere giudiziario.
“La separazione delle carriere era l’oggetto della proposta di una corrente dell’avvocatura, l’Unione delle Camere penali. Ora è un aspetto marginale della riforma Meloni-Nordio”, afferma il Magistrato ad Affaritaliani, osservando come parte dell’esecutivo abbia presentato l’intervento sulla giustizia come un modo per limitare quello che viene percepito come uno sconfinamento del potere giudiziario nelle scelte politiche. In questa prospettiva si collocherebbero le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha criticato la posizione delle opposizioni sostenendo che esse sottovaluterebbero le possibili implicazioni future della riforma anche per chi oggi non governa.
Dichiarazioni che, secondo Bruti Liberati, si inseriscono in un clima politico in cui il rapporto tra magistratura ed esecutivo viene sempre più spesso interpretato in termini di conflitto o di “invasione di campo”. Quella che viene descritta come “interferenza” è in realtà, per il Magistrato, la conseguenza stessa del principio di separazione dei poteri, che costituisce il fondamento dello Stato di diritto.
Le conseguenze della riforma
Secondo Bruti Liberati, le conseguenze della riforma riguarderebbero non solo il pubblico ministero ma l’intero assetto della magistratura. “Non si tratta solo del Pm, ma di tutta la magistratura. Viene mantenuta all’art. 104 della Costituzione la proclamazione dell’indipendenza, ma si riduce alla quasi irrilevanza il Csm, l’organo che i Costituenti hanno voluto come garante della effettività di quel principio. Il Csm viene spezzettato in due organi, non comunicanti, ma la gestione del sistema magistratura richiede coordinamento. I suoi componenti vengono sorteggiati e un organo formato con il tiro dei dadi perde la sua autorevolezza. Infine, si sottrae al Csm la funzione disciplinare inventando con un contorto sistema un’Alta Corte, quando tutti i dati dimostrano che l’attuale sistema funziona: il Ministro, infatti, non impugna quasi mai le decisioni del Csm”, spiega Bruti Liberati.
Uno degli argomenti più utilizzati dai sostenitori della riforma riguarda il rafforzamento dell’imparzialità del giudice. Un punto sul quale l’ex procuratore esprime forti perplessità: “L’imparzialità del giudice viene garantita con le norme sul processo, certo sempre migliorabili e non separando le carriere. L’idea che il giudice ‘dia ragione’ al Pm perché è suo ‘collega’ viene smentita dalla realtà del numero di assoluzioni. E i giudici dell’Appello, che quando lo ritengono confermano o modificano le decisioni del Tribunale, rimangono nella stessa carriera dei giudici di primo grado. Dovremmo separare anche loro?”, si chiede.
Il ruolo futuro del Pubblico Ministero
Sul piano delle conseguenze concrete, Bruti Liberati invita a considerare quale potrebbe essere il ruolo futuro del pubblico ministero. “Con la separazione si vorrebbe rafforzare la terzietà del giudice, ma il rischio concreto è che il Pm separato sia attratto nella logica di polizia, sia più sensibile alle pressioni delle campagne ‘legge e ordine’ che ora in Italia è la cifra dei ripetuti interventi del Governo nella materia penale. Il nuovo Pm tough on crime, forte contro il crimine, secondo il modello degli Stati Uniti, che si autogestisce in un suo Csm, può divenire tough forte a tutto campo e dunque anche nel promuovere indagini nei confronti di esponenti dell’economia, della finanza e della politica”, spiega il Magistrato. A suo dire, dunque, la forza di questo nuovo Pm sarebbe anche la sua debolezza, poiché la politica alla lunga non resisterebbe alla tentazione di metterlo sotto tutela. E il debole Csm dei sorteggiati non avrebbe l’autorevolezza per reagire.
“È vero che in molte democrazie il Pm è separato dai giudici, ma in tutte il governo, tramite il Ministro della Giustizia, esercita una qualche influenza sul Pm. Lo fa con prudenza, con molto self restraint e dove ciò non avviene, come la Polonia, l’Ungheria, e negli Stati Uniti di Trump, è in crisi la democrazia e lo Stato di diritto”, ribadisce.
Le dichiarazioni di Bartolozzi
Il clima del confronto pubblico si è ulteriormente acceso dopo alcune dichiarazioni politiche molto criticate. Bruti Liberati commenta così le parole della sottosegretaria Giusi Bartolozzi: “Vi sono stati da più parti eccessi espositivi, ma ha un particolare rilievo quando si tratta del più stretto collaboratore del Ministro della Giustizia. E poi sono espressioni piuttosto rozze, ma ben meno rilevanti delle affermazioni di principio del Ministro che ho sopra citato”.
“L’effettiva indipendenza della magistratura è la vera garanzia affinché sia davvero realtà la scritta ‘La legge è uguale per tutti’, che sta nelle nostre aule di giustizia. Il Csm è stato voluto dalla Costituzione come argine istituzionale contro la tentazione, sempre possibile, che il Governo di turno possa inferire sulle decisioni dei giudici”, spiega il Magistrato, che ricorda come “la storia del nostro Csm è di luci e di ombre“. La strada giusta, a suo dire, sarebbe stata quella di “introdurre correttivi con legge ordinaria senza stravolgere il sistema costituzionale”.
“In mancanza di solidi baluardi, cadono le difese contro il rischio di democrazie illiberali e la questione è, purtroppo, molto attuale: l’Ungheria di Orban è vicina e ancor più lo sono gli Stati Uniti di Trump. Il tutto nel quadro di una profonda crisi dei principi del diritto internazionale”, afferma. Il referendum sulla giustizia, conclude implicitamente il suo ragionamento, non riguarda soltanto un assetto tecnico dell’ordinamento giudiziario, ma tocca direttamente il rapporto tra potere politico, magistratura e garanzie democratiche.

