Da amante della democrazia rappresentativa, i referendum non hanno mai suscitato in me un grande interesse; quindi lo ammetto: sono di parte. Ciò nonostante, l’evoluzione di questo istituto, nelle moderne democrazie, sta catturando, crescentemente, la mia attenzione: difatti temo che rischi di travolgere e sconvolgere la nostra società.
Consultare il popolo su un argomento può risultare funzionale a quattro condizioni coesistenti: intento propositivo, oggetto semplice, buona fede dei proponenti, esito netto.
Il quesito non dovrebbe essere propositivo solo nella forma, bensì anche nella sostanza. Votare contro qualche cosa non significa nulla, perché non prospetta lo scenario alternativo. Fra l’altro le questioni affrontate stanno subendo una tale deriva disfattista/utopistica da non escludere che, prima o poi, qualche ciarlatano, nel mondo, avrà il primato di indire un referendum per eliminare le imposte.
L’attendibilità di un esito referendario poggia le basi sulla consapevolezza della scelta effettuata nell’urna. Il quesito deve essere semplice, non perché vi siano persone con diversi livelli d’intelligenza (circostanza che costituisce un dato di fatto), bensì perché, nell’elettorato, esiste un diversa possibilità e volontà di informarsi. Se un quesito richiede che si debba attingere informazioni, se ne può solo dedurre che l’elettorato sarà influenzato dal pensiero di pochi.
Il proponete referendario immagino debba essere un sognatore, una donna o un uomo che crede in un’Idea, attraverso la cui realizzazione l’intera collettività ne trarrebbe giovamento. Se, invece, lo sposare una causa è il mezzo per cavalcare il dissenso, il presupposto è la scarsa genuinità della proposta (non è irrealistico dubitare che non creda lui, in ciò che vuole convincere gli altri) ed risultato sarà contrapposizione e fratture difficili da ricucire.
Per risultare valido, l’esito deve essere netto. Diversamente, al danno della lacerazione e divisione della pubblica opinione, che già porta con se ogni compagna referendaria, si aggiunge la beffa di attuare un esito dal significato politico irrilevante. Un referendum il cui esito è di stretta misura, significa, solo è soltanto, che il Popolo Sovrano è diviso; del tutto residuale è da quale parte sia la manciata di voti che prevale. Al contempo, una consultazione, nella quale la maggioranza degli aventi diritto non si esprime, può solo essere interpretata con il disinteresse del Popolo Sovrano.
A me pare che i referendum contemporanei siano molto semplicemente distruttivi, confusi, proposti da buffoni e dall’esito della non univoca interpretazione.
Quando i capipopolo, per agitare le folle, invece di impugnare una forca, minacciano il referendum, questo, da strumento al servizio della democrazia, può dividere i popoli e lasciare dietro di se ferite, morti e distruzione come le guerre. Esagerazioni? Io temo siano dinamiche orami già in corso di esecuzione.

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