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Politica
Referendum, perché dico No a questo No

 

Confesso d'essere rimasto sorpreso dal numero di amici e conoscenti, molti di cultura liberale, che hanno manifestato l'intenzione di votare NO al prossimo referendum del 20 e 21 settembre (oppure hanno annunciato di non voler andare affatto alle urne). Mi è sembrato infatti sin dall'inizio, e senza bisogno di tanti approfondimenti, che la diminuzione del numero dei parlamentari in Italia - il Paese europeo occidentale con la più vistosa rappresentanza - fosse una naturale risposta della classe politica alle esigenze di risparmio e sobrietà imposte dalla pandemia ai cittadini comuni. Certamente, dietro a tutto ciò esiste anche un calcolo politico e propagandistico, dal quale non sono esenti però nemmeno gli oppositori della riforma.

Nel pieno rispetto delle ragioni del NO, trovo allora moralmente giusto precisare il motivo per cui, invece, io voterò SI.

La ragione principale non risiede nel risparmio che la riduzione a 400 deputati e 200 senatori comporterà per le casse dello Stato (anche se non si tratta di un particolare secondario).

In primo luogo, sento il dovere di smentire l'opinione di chi dichiara di difendere la Costituzione come se fosse un feticcio intoccabile, "il più bello del mondo", una specie di sacro "papa di carta". In realtà la Costituzione ha i suoi pregi e difetti, ma non è affatto sacra: questo termine si addice solo al soprannaturale. Si tratta invece di un patto storico siglato fra cittadini, certo fondamentale sul piano dei princìpi, ma discutibile ed emendabile in tanti articoli che lo caratterizzano. Un atteggiamento laico impone, dunque, di accogliere tutte le proposte ragionevoli di riforma.

Inoltre qui si tratta, a differenza del piano da prendere o lasciare proposto anni fa da Matteo Renzi, di valutare una riforma aperta a diversi sviluppi: alla riduzione dei parlamentari potrebbe corrispondere nel prossimo futuro sia un passo avanti verso una società più democratica, sia uno indietro all'insegna della partitocrazia e del populismo. Dipenderà dall'esito della battaglia politica successiva, nulla è stabilito in anticipo.

Molti sostenitori del NO affermano poi che con la riforma verrebbe sminuita la rappresentatività del Parlamento. Ma la rappresentatività non dipende dal numero dei delegati, bensì dal rapporto che essi stabiliscono individualmente con i loro elettori. Il sistema maggioritario che auspico, con 400 collegi uninominali distribuiti sul territorio - uno per deputato - assicurerebbe una rappresentatività ben maggiore di quella attuale. Il vero avversario della democrazia aperta e liberale non è il piano di riduzione dei parlamentari, ma la manovra partitocratica che mira a reintrodurre successivamente il sistema di voto proporzionale -  il quale restituirebbe alle segreterie dei partiti il potere di fare e disfare i governi, decidere chi e dove sarà candidato (e, con qualche "aiutino", anche chi sarà eletto). Allora sì che la rappresentatività sarebbe davvero minacciata, perché le elezioni si risolverebbero  in un  censimento delle ideologie di partito, dietro al quale intanto si consumerebbero accordi stipulati sopra e sottobanco dalle segreterie.

A questo proposito, la attuale imponente massa di manovra parlamentare (630 deputati e 315 senatori) costituisce il terreno ideale su cui praticare lo sport delle candidature riservate a yesmen e yeswomen, l'ingaggio di personaggi noti e usati come specchietto per le allodole, l'orchestrazione di trasformismi parlamentari e cambi di casacca. Restringere il campo di gioco, invece, può consentire di valutare più consapevolmente, da parte dell'opinione pubblica, il comportamento dei suoi rappresentanti.

 Quanto al nuovo Senato, 200 membri mi sembrano più che sufficienti per le funzioni diverse da quelle della Camera che dovrà assumere, auspicabilmente, in futuro: soprattutto un controllo di garanzia delle leggi più importanti e la rappresentanza federale delle Regioni.

Quanto ai senatori a vita, costituiscono un residuo monarchico arcaico, che ha l'aggravante di condizionare, e spesso falsare, i rapporti numerici dei partiti in Parlamento. Con la riforma non potranno essere più di cinque: meglio di adesso, in attesa che vengano aboliti del tutto. (Chi illustra la patria in modo eccellente deve ricevere i più alti riconoscimenti della Repubblica, che non sono necessariamente politici. Meno che mai può arrogarsi il diritto di decidere su leggi e governi  per conto di cittadini che non lo hanno eletto).

Esiste poi, dietro alle posizioni ufficiali del SI e del No , un non detto squisitamente machiavellico. Gli avversari della riforma contano strategicamente  sul fatto che una sconfitta nel referendum travolgerebbe il gruppo dirigente dei  5 Stelle e di conseguenza farebbe cadere il governo. Ma si sbagliano, perché il futuro dell'esecutivo Conte dipenderà forse dall'esito delle elezioni regionali, e non da quello del referendum. Una vittoria del SI certo favorirebbe i 5 Stelle all'interno della maggioranza (il che non deporrebbe necessariamente in favore della sua stabilità). Un successo del NO rafforzerebbe invece il Pd, tutto teso alla restaurazione partitocratica già annunciata, i cui perni sono il sistema elettorale proporzionale e l'assoggettamento del Parlamento ai Governi mediante la "sfiducia costruttiva" (quale deputato di maggioraza accetterebbe mai di votare contro l'esecutivo senza la certezza che ne esista una alternativa, pena le elezioni anticipate e la sua probabile perdita del posto? La funzione di controllo del Parlamento rispetto al Governo verrebbe eliminata nei fatti, con la dipendenza dei parlamentari dagli ordini di partito).

Sarà forse una questione di pelle: ma se gli avversari della "antipolitica", del "populismo" e dei partiti "post-ideologici" sono quelli della Prima Repubblica per età o cultura (come si può constatare da molti nomi e movimenti presenti fra gli oppositori della riforma), allora preferisco dire NO a questo NO.

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