Riforme Renzi, nessun accordo nel Pd. Rimane il rischio crisi di governo - Affaritaliani.it

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Riforme Renzi, nessun accordo nel Pd. Rimane il rischio crisi di governo


Di Alberto Maggi (@AlbertoMaggi74)


E' durata quasi tre ore l'assemblea dei senatori del Pd con Matteo Renzi. Il premier ha scelto di non replicare agli interventi degli esponenti di maggioranza e minoranza e ha lasciato agli atti la rinnovata apertura al dialogo con la sinistra dem, con la quale ha iniziato l'incontro. Numerosi senatori della maggioranza Pd avrebbero ribadito, nel corso del dibattito, la necessità di andare avanti e non modificare l'articolo 2 della riforma (quello che prevede l'elezione dei senatori), come affermato dallo stesso premier.

Ma per i senatori della minoranza resta quello il nodo da sciogliere per poter trovare un'intesa. Dunque sul punto le posizioni restano immutate e distanti. Più di un esponente della sinistra dem però sottolinea che questa sera i toni di Renzi, "sideralmente lontani dalla narrazione renziana delle ultime settimane" creano un clima più positivo, sul quale provare a costruire un "dialogo vero". Ora toccherà ai deputati e senatori delle commissioni competenti di Camera e Senato, spiegano i renziani, provare a sedersi a un tavolo, come proposto da Renzi.

Secondo molti esponenti della minoranza Pd, però, il presidente del Consiglio, seppur evitando aut aut e senza ricorrere alla "disciplina di partito", non avrebbe creato le condizioni per un accordo. Le posizioni restano le stesse e quindi Renzi conta sulla possibilità di convincere una parte di senatori della sinistra interna a non votare gli emendamenti sull'eleggibilità dei componenti della nuova Camera Alta, sperando anche in un soccorso di parte di Forza Italia. Sullo sfondo l'ipotesi della fiducia solo sull'articolo 2, ovvero quello chiave dell'intera riforma.

Il nodo principale è l'articolo 2 del ddl Boschi: i senatori non saranno eletti direttamente dai cittadini, ma saranno scelti nei consigli regionali. Punto sul quale è in atto sia uno scontro tutto intestino al Pd, con la minoranza che chiede di lasciare intatta l'eleggibilità dei senatori, sia una guerra dei numeri che coinvolge anche un'opposizione compatta. Dunque è inevitabile che la questione politica del Pd abbia ripercussioni sugli aspetti tecnici, anzi, in questo caso puramente numerici.

Ma vediamo i numeri in Aula. I senatori sono 321 (315 eletti e sei senatori a vita: due presidenti emeriti, Napolitano e Ciampi, e quattro senatori nominati per meriti: Piano, Rubbia, Cattaneo, Monti). La maggioranza assoluta dell'assemblea è fissata a 161 voti. La maggioranza ha sulla carta circa 182 voti: 112 senatori del Pd (113 con il presidente Grasso che, però, per prassi, non vota mai), 35 senatori di Ap (Ncd-Udc), 19 del gruppo Psi-Autonomie (dove siedono tutti 5 senatori a vita, tranne Monti, che sta nel Gruppo Misto), 10 del neonato gruppo Ala (i verdiniani), cinque senatori su 30 del gruppo Misto che votano di prassi con il governo; almeno due senatori del gruppo Gal che in genere sostiene la maggioranza.

In questa votazione dalla maggioranza vanno sottratti 25 senatori "ribelli" del Pd (in realtà i firmatari degli emendamenti sul Senato elettivo sono 28, ma la minoranza conta su un numero più basso di voti): quindi si arriva a quota 157. La conta delle opposizioni, invece, arriva a quota 167: e cioè 45 di Forza Italia, 12 della Lega, 10 dei fittiani, 25 del gruppo misto, 9 di Gal e 1 (D'Anna).