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Politica
M5S, effetto Di Maio: ora a Conte non conviene restare nel governo

Salvini ora ha il primo gruppo in Parlamento, che cosa farà il leader della Lega?

La separazione tra Conte e Di Maio è stata certificata dalla costituzione dei gruppi parlamentari che hanno preso il nome “Insieme per il futuro”. Al momento sono 61 i parlamentari pentastellati passati col Ministro degli Esteri, 51 deputati e 10 senatori. Il numero è destinato a crescere, visto il momentaneo silenzio di Conte. Alla Camera Di Maio è riuscito a formare un gruppo autonomo, mentre al Senato i fuoriusciti emigreranno nel Gruppo Misto.

Fatto sta che, pure con la scissione, il governo Draghi mantiene la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Vediamo i numeri. I gruppi parlamentari che fino a ieri facevano parte della maggioranza erano Pd, M5S, LeU, Italia Viva, Azione, più Europa, Forza Italia e Lega, più qualche altro voto proveniente dal Misto o da altri gruppi minori. A febbraio 2021, quando Draghi si insediò a Palazzo Chigi, i sì alla fiducia furono 545 alla Camera e 262 al Senato. Con la scissione Conte-Di Maio, se anche l’ex Presidente del Consiglio passasse all’opposizione, Draghi avrebbe ugualmente la maggioranza. Al pallottoliere, 440 sì a Montecitorio, 190 a Palazzo Madama. La partita, dunque, resta sul piano politico ma non numerico, anche se al Senato la situazione resterebbe attenzionata in caso di assenze o divergenze all’interno della maggioranza.

La mossa di Di Maio è letta dai giornali del mainstream come quella del salvatore della Patria; quindi, è evidente che all’interno del governo le richieste provenienti da Conte, che resta il capo politico del M5S, troveranno uno scoglio insormontabile nelle determinazioni del Ministro degli Esteri. In pratica Conte, restando in maggioranza, non conterà più nulla: dal punto di vista numerico sarà ininfluente, dal punto di vista politico non potrà incidere su nessuna questione. A questo punto l’ex Presidente del Consiglio, se vuole ritagliarsi un ruolo centrale nel panorama politico e soprattutto se vuole recuperare voti, deve passare all’opposizione chiamando con sé Di Battista. L’ex avvocato del popolo non ha altra scelta, a meno che non voglia suicidarsi politicamente. Restando in maggioranza, come si è visto, il suo peso politico e numerico è pari al due di picche.

La palla della tenuta del governo passerebbe dunque nelle mani di Salvini, che in questi giorni sembra essere disinteressato dalle vicende interne al MoVimento. Se alla Camera i numeri sono blindati, al Senato la Lega – qualora il M5S di Conte uscisse dal governo – sarebbe decisiva per la tenuta dell’esecutivo, infatti coi suoi 61 senatori metterebbe ko Draghi e company. Ma Salvini si trova schiacciato da una morsa: se Conte esce dal governo e la Lega invece ci resta, il M5S recupererebbe voti stando all’opposizione, drenando consensi anche al Carroccio; se invece anche Salvini passasse all’opposizione il governo cadrebbe immediatamente ma non pare che al momento Salvini abbia questa intenzione.

Con la scissione del M5S la Lega diventa il primo gruppo parlamentare sia a Montecitorio che a Palazzo Madama, con la conseguenza che tutte le responsabilità politiche del governo ricadranno sul Carroccio. Ma fino a quando conviene a Salvini tenere in piedi Draghi e pagarne il prezzo politico in termini di consensi? La pandemia è quasi alle spalle, la guerra non dipende da noi e tra meno di un anno ci sono le elezioni politiche. Parliamoci chiaro: a Salvini, non più tardi di settembre, conviene passare all’opposizione, tanto più se Conte facesse la stessa cosa.

Ma il dato di fatto saliente, al di là delle analisi politiche, è un altro. Il partito di maggioranza relativa che il 4 marzo 2018 prese il 32,7% dei voti, oggi non esiste più neanche in Parlamento. Per quale motivo il Capo dello Stato continua a tenere in piedi una Legislatura in cui il partito di maggioranza relativa è passato da 300 parlamentari a 177? Per di più, in termini di consenso popolare il M5S è ormai ridotto al lumicino.

Durante la Prima Repubblica il partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana, non ha mai subìto scissioni al suo interno, ma ogni qualvolta si verificava una significativa fibrillazione correntizia, era inevitabile l’apertura di una crisi extraparlamentare che poteva pure risolversi con la riconferma del medesimo esecutivo, ma pur sempre passando da una verifica parlamentare sia politica che numerica. Nella Seconda Repubblica una scissione significativa del partito di maggioranza relativa si è verificata una sola volta, nel 2010, con la fuoriuscita di Gianfranco Fini dal PdL e la costituzione dei gruppi parlamentari di “Futuro e Libertà” (Fini traslocò all’opposizione restando presidente della Camera). Berlusconi passò dalle forche caudine e verificò in Parlamento la tenuta politica e numerica del suo governo nel dicembre 2010.

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