Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Politica » Se quasi metà del Paese non vota, forse non è antipolitica: è una domanda politica senza casa

Se quasi metà del Paese non vota, forse non è antipolitica: è una domanda politica senza casa

Se quasi metà del Paese non vota più, si può continuare a considerarla soltanto astensione? O bisogna finalmente chiedersi se lì dentro non ci sia una domanda enorme di rappresentanza? L’analisi

Se quasi metà del Paese non vota, forse non è antipolitica: è una domanda politica senza casa
senato

Il commento

Ogni elezione viene raccontata nello stesso modo. Chi ha vinto, chi ha perso, chi cresce, chi arretra, quale coalizione tiene, quale leadership si rafforza, quale si indebolisce. È il rito consueto della politica italiana, fatto di percentuali, dichiarazioni, conferenze stampa e interpretazioni immediate. Poi, quasi sempre, resta sullo sfondo il dato più importante: milioni di cittadini non votano più. I numeri sono noti, eppure ogni volta scivolano in secondo piano. Alle ultime elezioni politiche l’affluenza si è fermata sotto il 64 per cento, minimo storico della Repubblica. Alle europee è scesa per la prima volta sotto la soglia psicologica del 50 per cento. In molte regionali, ormai, vota meno di un avente diritto su due. Nel 1976 si recava alle urne oltre il 93 per cento degli italiani: quasi trenta punti perduti nell’arco di due generazioni, senza che nessuno abbia mai davvero pagato un prezzo politico per questo.

Non per distrazione. Non sempre per rabbia. Non necessariamente per qualunquismo. Molto spesso perché non si trova più un luogo politico nel quale riconoscersi. Anche quando la partecipazione viene descritta come sufficiente o perfino incoraggiante, la realtà rimane lì, evidente: una parte enorme del Paese osserva la politica da fuori. Lavora, produce, studia, amministra, fa impresa, insegna, innova, cura associazioni, partecipa al volontariato, costruisce comunità locali. Ma quando arriva il momento del voto, non sente più che quell’offerta politica parli davvero la sua lingua. Questa è la questione centrale.

Non siamo davanti soltanto a una crisi di fiducia nei partiti. Siamo davanti a una crisi di rappresentanza di interi mondi sociali, culturali e produttivi. Mondi che non sono estremisti, non vivono di rancore permanente, non chiedono scorciatoie populiste. Chiedono serietà, competenza, libertà, responsabilità, modernizzazione dello Stato, buona amministrazione, autonomia dei territori, Europa pragmatica, crescita economica e coesione sociale. C’è un’Italia che non si riconosce più nella politica urlata, ma nemmeno in quella immobile. Non ama la propaganda, ma non sopporta l’inerzia. Non crede all’uomo solo al comando, ma non accetta che l’unica alternativa sia una somma di debolezze. Non chiede rivoluzioni, chiede riforme. Non chiede privilegi, chiede responsabilità.

Questa Italia esiste. Solo che è dispersa. È nelle esperienze civiche che amministrano i comuni senza ideologia. È nei territori che chiedono più potere decisionale perché conoscono meglio i propri problemi. È nelle università, nei giovani che non vogliono vivere di sussidi ma di opportunità. È nelle imprese che competono sui mercati globali. È nei professionisti che ogni giorno misurano l’inefficienza della burocrazia. È negli amministratori locali che sanno quanto sia lontana, spesso, la decisione pubblica dalla vita reale delle comunità. Per troppo tempo questa domanda è stata letta con categorie vecchie. La si è chiamata centro, moderazione, civismo, terza via. Tutte parole in parte vere, ma insufficienti. Forse serve una definizione più ambiziosa: una nuova comunità politica liberale, federalista e riformista.

Liberale, perché senza libertà economica, merito, concorrenza, impresa e responsabilità individuale non esiste crescita duratura. Federalista, perché un Paese complesso non può essere governato solo dal centro, con decisioni uniformi, lente e spesso lontane dai territori. Il federalismo, nel suo significato più serio, non è egoismo locale. È distribuzione della responsabilità. È l’idea che chi decide debba rispondere più direttamente delle proprie scelte. È il contrario dello scaricabarile istituzionale. Riformista, infine, nel senso più pulito della parola: non come appartenenza a una parte politica, ma come metodo. Riformista è chi non si accontenta di denunciare i problemi, ma prova a correggerli. È chi preferisce cambiare una procedura piuttosto che fare un comizio contro la burocrazia. È chi sa che scuola, giustizia, sanità, infrastrutture, fisco, pubblica amministrazione e sicurezza non si migliorano con gli slogan, ma con decisioni serie, misurabili, verificabili.

Questa cultura politica non nasce contro qualcuno. Nasce per rappresentare qualcosa. Nasce per dare forma a energie che già esistono ma non si incontrano abbastanza: esperienze territoriali, mondi civici, cultura liberale, giovani universitari, amministratori, professionisti, associazioni, imprese, competenze tecniche, sensibilità europeiste, autonomie responsabili. Non serve una fusione forzata. Serve un luogo politico. Un luogo nel quale identità diverse possano collaborare senza annullarsi. Un luogo nel quale chi porta radicamento territoriale possa incontrare chi porta cultura economica, chi viene dall’amministrazione locale possa dialogare con chi viene dall’università, chi conosce la provincia produttiva possa confrontarsi con chi guarda all’Europa, alla tecnologia, alla finanza, all’innovazione. La politica italiana ha spesso cercato contenitori. Oggi avrebbe bisogno di un’infrastruttura politica.

Un’infrastruttura non è una sigla fragile costruita per una stagione elettorale. È qualcosa che collega, organizza, rende possibile il movimento. Le strade non decidono dove devono andare le persone, ma permettono alle persone di incontrarsi. Le ferrovie non impongono una destinazione, ma costruiscono connessioni. Una vera infrastruttura politica dovrebbe fare questo: collegare mondi compatibili, oggi separati, e trasformare una somma di energie disperse in una proposta di governo.

La sfida, però, non può restare culturale. A un certo punto deve diventare elettorale. Perché la rappresentanza, in democrazia, non vive soltanto nei convegni, nei manifesti, nei centri studi o nelle buone intenzioni. Vive nelle schede, nei consigli comunali, nelle regioni, in Parlamento. Vive nella capacità di presentare candidati credibili, programmi seri, classi dirigenti preparate. Vive nella forza di portare dentro le istituzioni ciò che oggi resta fuori. Le prossime competizioni amministrative, regionali e politiche saranno un banco di prova. Nei grandi comuni, soprattutto, si vede già una domanda crescente di candidature civiche, competenti, meno dipendenti dalle imposizioni nazionali e più legate alla vita concreta delle città. È un segnale da non sottovalutare. Le città sono spesso il luogo dove le trasformazioni arrivano prima: casa, lavoro, sicurezza, mobilità, immigrazione, innovazione, università, povertà nuove, grandi investimenti, rigenerazione urbana.

Chi saprà parlare a queste domande con serietà potrà intercettare una parte importante di quella maggioranza silenziosa che oggi non vota o vota senza convinzione. Non basterà dire «siamo nuovi». La politica italiana è piena di novità invecchiate in pochi mesi. Bisognerà dimostrare di essere utili. Utili a semplificare lo Stato. Utili a difendere chi produce. Utili a costruire opportunità per i giovani. Utili a dare più responsabilità ai territori. Utili a rendere il fisco più comprensibile e meno punitivo. Utili a rafforzare scuola, università e formazione tecnica. Utili a portare investimenti nelle infrastrutture, nella difesa, nello spazio, nell’energia, nella transizione industriale, nella sicurezza digitale.

Una cultura liberale, federalista e riformista deve avere il coraggio di dire che la crescita non è una colpa, che l’impresa non è un sospetto, che il merito non è una parola di destra o di sinistra, che l’autonomia non è separazione, che l’Europa non è una religione ma uno spazio politico ed economico nel quale l’Italia deve contare di più. Deve anche dire che la solidarietà non può essere separata dalla responsabilità. Che il welfare non può diventare assistenzialismo passivo. Che lo Stato deve aiutare chi resta indietro, ma deve anche liberare chi può correre. Che un Paese moderno non umilia le proprie energie migliori, ma le mette al servizio di un disegno collettivo.

La vera alternativa, oggi, non è tra destra e sinistra nel modo in cui le abbiamo conosciute per decenni. La vera alternativa è tra una politica che continua a vivere di appartenenze consumate e una politica che prova a ricostruire rappresentanza dove oggi c’è vuoto. Quel vuoto non resterà vuoto per sempre. Può essere riempito dalla rassegnazione. Può essere occupato dal populismo. Può diventare astensione permanente. Oppure può trasformarsi in una nuova proposta politica, seria, plurale, organizzata. Il punto è tutto qui.

Esiste già una parte del Paese che condivide valori, linguaggi e preoccupazioni simili, ma si comporta come se fosse sola. Esistono amministratori, giovani, professionisti, mondi civici, esperienze territoriali, culture liberali e riformiste che potrebbero riconoscersi in una stessa prospettiva, ma non hanno ancora costruito il luogo nel quale incontrarsi. Allora la domanda finale non è retorica. È politica. Se quasi metà del Paese non vota più, si può continuare a considerarla soltanto astensione? O bisogna finalmente chiedersi se lì dentro non ci sia una domanda enorme di rappresentanza? Si può riconoscere, guardando la realtà negli occhi, che esiste una comunità dispersa, ma non minoritaria, che aspetta solo di trasformare il disincanto in partecipazione? Si può costruire il luogo nel quale liberalismo, federalismo, civismo e riformismo diventino non un esercizio intellettuale, ma una forza organizzata, capace di misurarsi nelle città, nelle regioni e nel Paese? Perché forse il tempo delle analisi è quasi finito. E quello degli incontri dovrebbe cominciare adesso.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE POLITICA