Gianpaolo Cassese, deputato di Taranto del Movimento 5 Stelle, intervistato da Affaritaliani.it, fa il punto della situazione sulla vicenda dell’ex Ilva di Taranto alla luce della lettera con la quale ArcelorMittal ha annunciato che sarà completata entro il 4 dicembre prossimo la retrocessione dei rami d’azienda. La lettera ha come oggetto la “sospensione dell’esercizio dello stabilimento siderurgico operato da ArcelorMittal e la parziale sospensione dell’esercizio della centrale elettrica operata da ArcelorMittal Italy Energy”.

Gianpaolo Cassese
“Innanzitutto ricordo che oggi dovrebbe essere depositato il ricorso dei commissari straordinari contro il recesso di Mittal – spiega il parlamentare pentastellato -, che fin dall’inizio aveva aspetti totalmente infondati. Quindi massima fiducia nei commissari. Detto ciò, alla luce della lettera di Mittal, noto un crescendo nella strategia di comunicazione dell’azienda. Anche il recesso è stato annunciato a mezzo stampa, prima ancora che agli organi competenti, è come se fossimo davanti a una sorta di strategia della tensione. Non è certo l’atteggiamento gestionale del buon padre di famiglia visto che si parla del sito siderurgico più importante del Paese. Tra l’altro, sempre oggi, la Procura di Milano ha aperto un’indagine e anche questa è una notizia molto importante visto che i pm intervengono così celeremente durante una fase di transizione che ormai dovrebbe essere solo gestionale. Siamo di fronte a una forzatura plateale della comunicazione di Mittal che sta creando questa strategia delle tensione del tutto ingiustificata. E lo abbiamo visto con tutte le procedure e gli annunci fatti, fino a oggi con la comunicazione che spengono dal 4 dicembre. Se così sarà, qualcuno dovrà risponderne non solo sul piano amministrativo ma anche su quello penale“.
Cassese continua: “Alla luce dell’annuncio di oggi di Mittal, è ancora più chiaro come lo scudo penale non sia assolutamente il motivo di queste tensioni così elevate e non sia nemmeno un alibi, come molti erroneamente affermano, visto che l’immunità non era né nell’addendum né nel contratto. Detto ciò, l’immunità è stata soppressa due volte con due maggioranze diverse e non vedo perché tornarci su ora. Qui, semmai, vanno ripristinati i diritti costituzionali, uguali per tutti, e la legalità”.
Problemi per la tenuta dell’esecutivo? No. “Non vedo particolari tensioni nella maggioranza di governo. Nella riunione dell’altro giorno il premier Conte ci ha chiesto anche che cosa pensassimo dello scudo ma senza forzature su questo tema”, rivela il deputato 5 Stelle. Che poi spiega: “Abbiamo chiesto noi a Barbara Lezzi di presentare l’emendamento soppressivo dello scudo penale, in quanto incardinato al Senato. Subito dopo c’è stato l’ok del gruppo pugliese e poi anche degli altri colleghi del Movimento fino a diventare di fatto la posizione univoca del M5S, salvo qualche piccolissimo distinguo. E comunque non ha alcun senso parlare ancora di immunità con un’azienda che ricatta il Paese e, forse, non è più nemmeno il caso di trattare con Mittal, considerando le comunicazioni e gli annunci che fa l’azienda”.
Quale futuro per Taranto, dunque? “Dobbiamo ragionare per step, aspettiamo i giudici e il ricorso dei commissari”, afferma Cassese. “Comunque qui siamo di fronte al fallimento di un modello produttivo, non solo italiano ma internazionale. Altre aree a caldo nel Pase, a Genova e presto anche a Trieste, sono state chiuse perché è certificato che sono incompatibili con la vita e la salute. E i cittadini di Taranto hanno gli stessi diritti di quelli di altre città. Invito a guardare oltre questo modello produttivo; come ha spiegato la Procura fin dal 2012 l’area a caldo procura malattie e morte e, quindi, immagino anche per Taranto la chiusura dell’area a caldo. Ci vorrà qualche anno, certo, ma guardiamo avanti e pensiamo al modello Genova per Taranto. Mittal o anche altre aziende poco conta, ormai dal punto di vista economico è un business insostenibile e del tutto fuori mercato. Dobbiamo pensare all’interesse del territiorio, dei cittadini e dell’Italia. Non a quello della Mittal o di altre aziende”, conclude.

