Vigilanza Rai, Bakkali (Pd): “Un anno di ricatti della maggioranza, così hanno bloccato i lavori della Commissione. Ma ora ci ascoltino”
Tra le firmatarie delle dimissioni in blocco dell’opposizione dalla Commissione di Vigilanza Rai c’è anche la deputata del Pd Ouidad Bakkali, che intercettata da Affaritaliani ricostruisce un anno di scontri e spiega perché la scelta di lasciare sia arrivata solo ora, dopo mesi di tentativi falliti. Bakkali parte dal cuore del problema: la paralisi della Commissione non è un incidente di percorso, ma una strategia precisa della maggioranza per bloccare ogni funzione di controllo sulla Rai.
“Si tratta di una decisione condivisa, esito di un anno di immobilismo causato da una maggioranza che ha impedito di fatto le funzioni primarie della Commissione, ovvero quella di vigilanza e di proposta rispetto all’azienda”, spiega. Il riferimento è ai cicli di audizione mai avviati e agli strumenti di indirizzo mai utilizzati: “Funzioni che permettessero a noi di essere una commissione di proposta sui temi legati al pluralismo o su questioni che la Rai può trattare. Nulla di questo è successo: la priorità era l’accordo sulla Rai”, dice Bakkali. Il riferimento è all’intesa politica sulla governance dell’azienda, in particolare sulle nomine ai vertici, che la maggioranza chiedeva alle opposizioni di votare e che non è “mai raggiunto”.
“Siamo stati soffocati nella nostra prerogativa parlamentare di vigilanza, nel ruolo che questa bicamerale avrebbe dovuto avere. Hanno usato lo strumento dell’immobilismo per impedirci di calendarizzare audizioni e incontri, usando la votazione come mezzo di ricatto: o ci date i numeri per accettare la nostra proposta sulla Rai, oppure la Commissione non lavora. Insomma, nient’altro che ricatti”, dice la deputata del Partito Democratico.
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Prima di arrivare alle dimissioni, racconta Bakkali, l’opposizione ha provato ogni strada istituzionale possibile, ma senza risultati: “I segnali sono stati tanti: lettere ai presidenti della Camera, iniziative pubbliche. Tutto questo non ha mai portato a un esito, né a un dialogo. E quindi, eccoci qui”. La deputata alza il tiro anche sul merito, respingendo l’idea che la denuncia sull’indirizzo editoriale della Rai sia una lettura di parte: “Non siamo nel campo dell’idea diffusa, è oggettivo quale sia l’approccio editoriale di Meloni alla programmazione Rai. Molte cose non vengono argomentate, determinati temi non vengono minimamente affrontati e certe questioni non vengono rese pubbliche. Caos totale anche nelle direzioni dei telegiornali che si sono avvicendate, con consigli di redazione in protesta perché non c’era quel pluralismo che invece c’era e deve essere garantito”.
Il bilancio complessivo, per Bakkali, è quello di un servizio pubblico progressivamente svuotato: “Abbiamo assistito ad anni di mortificazione del merito, di appartenenza ideologica ostentata da parte di chi ha ruoli visibili dentro la Rai, di cancellazioni di programmi e molto altro. A questo si è aggiunta una vera e propria bulimia informativa: se mettessimo insieme tutto ciò che abbiamo rilevato sulla Rai, si ricostruisce una metamorfosi che porta a una rete completamente appiattita, fatta eccezione per qualche programma che si salva”, spiega Bakkali. E c’è poi un tema – quello del Media Freedom Act – che la maggioranza evita sistematicamente di affrontare in Commissione: “Si tratta del regolamento europeo che garantisce il pluralismo ed è pensato proprio per impedire ingerenze politiche nella governance dei media pubblici. Non lo vogliono trattare, per ovvie ragioni”.
Ma cosa succede, adesso? “Tecnicamente si potrebbero sostituire i componenti dimissionari con altri, ma da parte nostra questo non avverrà finché non si troverà una soluzione. Spero che possa esserci un ufficio di presidenza che affronti seriamente questo tema. Il nostro auspicio è che ora qualcosa si muova, a partire dai presidenti della Camera, visto che loro non possono avere i numeri per le maggioranze assolute necessarie senza il voto dei gruppi di opposizione”, conclude.

