Non sarà la cancellazione dei vitalizi agli ex parlamentari a restituire dignità e credibilità alla politica e ai suoi esponenti, tanto meno a recuperare quel primato che la politica non ha più da oltre un quarto di secolo. Non siamo in presenza di un progetto politico che, indicando una rotta riformatrice innovativa, tende a “bonificare” il Paese partendo dall’abbattimento dei privilegi del Palazzo e dintorni. C’è l’avvio di una campagna elettoralistica con un giudizio “giacobino” di colpevolezza della classe politica della prima Repubblica teso ad assolvere gli attuali partiti con le rispettive leadership. Nel merito, si rischia l’abbaglio perché non si può approvare una legge retroattiva, che calcola col contributivo una pensione o un vitalizio prima che il contributivo ci fosse. La legge Richetti, peraltro, lascia intatti i vitalizi più alti, addirittura umentandoli per alcuni, e sforbicia quelli bassi. C’è inoltre contraddizione nell’affermare che i parlamentari devono avere lo stesso trattamento di ogni cittadino applicando però solo a loro (e solo agli ex parlamentari), retroattivamente, una legge che istituisce il contributivo, il che non avviene per nessuna altra categoria, configurando gli ex parlamentari diversi dagli altri cittadini. Altro discorso è il giudizio politico e storico su quei parlamentari e su quei partiti. Intendiamoci, l’obiettivo dell’abbattimento dei privilegi è legittimo ma ad alto rischio perché in Italia siamo tutti “privilegiati” rispetto a qualcun altro, con il corollario di invidie, rancori, voglia di giustizia sommaria. Da dove si comincia e dove si arriva? Parafrasando Pietro Nenni: “C’è sempre uno più puro che ti epura”, ci sono sempre i “giacobini” che poi vengono eliminati da nuovi “giacobini” in una spirale dove come in un perverso gioco dell’oca si torna al punto di partenza, lasciando i vecchi privilegi, creandone di nuovi, con una situazione ancor più negativa per chi già stava peggio.
E’ una medaglia a due facce: si applaude al colpo inferto agli ex parlamentari ma già 20 milioni di italiani perdono il sonno perché il precedente può innescare la tagliola che arriva a decurtare anche le loro pensioni. E’ ancora una partita aperta. Dopo il via libera di Montecitorio il provvedimento rischia di infrangersi al Senato e verosimilmente di trasformarsi in un nulla di fatto per gli annunciati ricorsi alla Corte Costituzionale: una ennesima presa in giro per gli italiani che potrebbero aumentare i fan del “tanto peggio tanto meglio” o allargare ancor di più il solco cittadini-partiti astenendosi dal voto. Ammesso che i nuovi “fustigatori” abbiano davvero l’autorevolezza – anche personale – per procedere a colpi di spugna fino ad inoltrarsi nel campo minato dei “diritti acquisiti” garantiti dalla Costituzione resta intatta la loro inadeguatezza (al governo e all’opposizione), il fallimento, di fronte ai grandi problemi nazionali e internazionali. La questione dei vitalizi, al netto dell’esigenza di dare un colpo di spugna ai privilegi della casta, avvia una campagna elettorale per le prossime politiche basata sulla demagogia usando lo strumento del populismo. Dopo la fine della prima Repubblica, con la dissoluzione dei grandi partiti organizzati, è stato Berlusconi, millantando i suoi interessi personali per modernismo e liberismo e brandendo la spada dell’anticomunismo e dell’antipolitica, a usare il mix demagogia-populismo con le conseguenze nefaste che sono sotto gli occhi di tutti. Poi Grillo, facendo perno sulla crisi del berlusconismo e dell’antiberlusconismo e favorito dal fallimento dei governi di centrodestra e di centrosinistra, ha premuto sull’acceleratore dell’anti sistema demonizzando partiti e istituzioni. Oggi è il Pd renziano a porsi sullo stesso terreno del M5S con l’obiettivo di conquistare consensi elettorali purchessia passando come compressore su tutti e tutto: sulla storia, sulla cultura, sulle idee di un Paese oramai stremato cui si vuol dare in pasto ogni brandello di “capro espiatorio” per carpire consensi e garantirsi il potere. Nei decenni passati, quando ostruzionismo, populismo e demagogia della politica – in particolare a sinistra – inquinavano il confronto deformando la democrazia, scendevano in campo gli intellettuali, contestualizzando le diatribe, con realismo, così che la toppa non fosse peggiore del buco. Oggi, con i partiti ridotti a comitati d’affari ed elettorali e con gli intellettuali out, c’è una corsa al “più uno” fra chi arriva primo alla pancia della gente, assecondandone i desideri, facendo passare l’idea che il popolo ha sempre ragione. La furbata? Se il popolo odia la casta dei privilegiati ecco che gli attuali esponenti del Palazzo si mettono dalla parte di chi accusa: addossare alla casta precedente ogni colpa. Addirittura, in una parte del Pd, si tende a strumentalizzare la “questione morale” di Berlinguer quando denunciava – non senza contraddizioni dello stesso Pci – il malaffare imperante, la corruzione endemica, l’occupazione dello stato da parte dei partiti, gli stessi mali che oggi rovinano l’Italia proprio per le colpe della politica e dei politici di oggi. Ma Berlinguer difendeva a spada tratta la dignità e l’autorevolezza della politica e del Parlamento, non prestandosi ad attacchi strumentali demagogici e populisti. E’ in atto una scalata verso un fanatismo politico e intellettuale senza precedenti. Mors tua vita mea. Renzi gioca tutte le carte per portare consensi al suo Pd nella logica del “voto utile” per fermare il M5S. Di fatto il segretario pidì rincorre i grillini sul loro terreno. Spesso, fra i due litiganti, è il terzo (Berlusconi) a godere.
