Una “Zes unica” per tutta Italia: cos’è, quali sono i vantaggi e perché Meloni vuole estenderla
Una formula nata per accelerare lo sviluppo del Mezzogiorno potrebbe diventare il punto di partenza per cambiare le regole degli investimenti in tutta Italia. Il governo guarda infatti al modello della Zes unica per portare oltre i confini del Sud, e quindi su scala nazionale, soprattutto quelle procedure semplificate che hanno l’obiettivo di rendere più rapido il passaggio da un progetto imprenditoriale alla sua realizzazione. A indicare la strada è stata Giorgia Meloni nel videomessaggio trasmesso durante la prima serata de La Piazza – Il Bene Comune, la kermesse di Affaritaliani andata in scena a Ceglie Messapica dal 27 al 29 agosto. La presidente del Consiglio ha messo al centro del suo intervento il rilancio del Mezzogiorno, rivendicando in particolare i risultati della Zes unica. “Penso alla ZES Unica, che ha generato finora un giro d’affari da 60 miliardi di euro nel Mezzogiorno, che ha contribuito a far crescere questi territori più della media nazionale”, ha affermato Meloni. Un’esperienza che Palazzo Chigi vuole ora utilizzare come riferimento anche per il resto del Paese. “È una strategia di sviluppo che si poggia su alcuni meccanismi particolarmente concreti ed efficaci, come quelli connessi alla semplificazione, e che intendiamo estendere ora a tutto il territorio nazionale”.
Zes unica, che cos’è e dove si applica
Zes è l’acronimo di Zona economica speciale. Dal 1° gennaio 2024 il sistema italiano è stato riorganizzato attraverso la creazione di un’unica area che comprende Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna, superando la precedente suddivisione in diverse Zone economiche speciali. Alla base c’è un principio piuttosto semplice: rendere più conveniente e soprattutto meno complesso investire nelle regioni coinvolte. Le aziende già presenti sul territorio e quelle intenzionate ad aprire nuove attività possono accedere, nel rispetto dei requisiti previsti, a strumenti fiscali e a un sistema amministrativo pensato per velocizzare la realizzazione degli investimenti. Tra gli strumenti previsti c’è il credito d’imposta per gli investimenti, destinato all’acquisizione di beni strumentali nuovi per le strutture produttive situate nella Zes. Possono rientrare nell’agevolazione, secondo le condizioni stabilite dalla normativa, macchinari, impianti e attrezzature, ma anche terreni e immobili strumentali.
Il vantaggio della burocrazia più veloce
Ma è soprattutto sul fronte delle autorizzazioni che si comprende perché il governo consideri la Zes un modello potenzialmente esportabile. Il sistema prevede infatti un’autorizzazione unica, attraverso la quale vengono concentrati in un solo provvedimento diversi atti necessari alla realizzazione di opere o all’avvio delle attività. Il meccanismo serve a evitare che un investimento rimanga bloccato tra una lunga serie di passaggi amministrativi separati. A fare la differenza sono quindi non solo gli incentivi, ma anche il fattore tempo. Per chi investe, poter conoscere con maggiore certezza il percorso amministrativo e ridurre l’attesa prima dell’avvio di un progetto significa diminuire costi e margini di incertezza. Il sistema è accompagnato inoltre dallo Sportello unico digitale Zes, nato per concentrare in un unico punto l’interlocuzione necessaria per le attività produttive. L’obiettivo complessivo è rendere più semplice il rapporto tra impresa e amministrazione e aumentare così l’attrattività dei territori interessati.
Perché il governo punta sulla Zes
Dietro la scelta c’è una questione che riguarda da tempo la competitività italiana: quanto pesa la burocrazia sulla decisione di un’impresa di investire? Un incentivo può rendere più conveniente un progetto, ma procedure lunghe o difficili da prevedere possono allo stesso tempo rallentarne l’avvio. L’idea del governo è dunque utilizzare la Zes come modello per intervenire proprio su questo ostacolo. Ridurre i passaggi amministrativi, concentrare le autorizzazioni e rendere più rapidi gli iter potrebbe favorire nuovi investimenti e, di conseguenza, avere effetti anche sull’occupazione. Meloni parte dai risultati attribuiti dall’esecutivo alla misura nel Mezzogiorno: 60 miliardi di euro di giro d’affari e un impatto che la premier considera positivo sulla crescita e sul lavoro. «È un dossier che stiamo seguendo con grande attenzione», ha spiegato a La Piazza, sottolineando la volontà di «amplificarne i benefici».
Dal Sud al resto del Paese, la partita è appena iniziata
L’estensione del modello apre però anche una nuova partita. Applicare procedure nate per un’area specifica a tutto il territorio nazionale richiederà di stabilire quali strumenti della Zes trasferire, con quali modalità e attraverso quali modifiche normative. E sarà soprattutto l’applicazione concreta a determinarne l’efficacia: velocizzare le autorizzazioni significa coordinare amministrazioni centrali e locali e assicurare che la riduzione dei tempi non comprometta i controlli previsti dalla legge. Per ora quella arrivata da Ceglie Messapica è soprattutto un’indicazione politica. Il governo considera l’esperienza della Zes unica uno dei risultati della propria strategia per il Mezzogiorno e vuole trasformarne alcuni meccanismi in uno strumento nazionale. L’obiettivo finale, nelle parole utilizzate da Meloni a La Piazza, è “rendere l’Italia più forte, più coesa, più competitiva, più capace di vincere le sfide di questo tempo”.


