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Nel corso dell’ultimo decennio, soprattutto durante la crisi economica, l’industria meridionale ha accentuato il ritardo con quella del Centro Nord: tra il 2007 e il 2011 il valore aggiunto industriale delle regioni meridionali si è contratto di oltre il 16 per cento (10 per cento in quelle centro-settentrionali), per il suo maggior orientamento verso la componente interna della domanda, più colpita dalla crisi. La riduzione dell’occupazione è stata più che doppia rispetto al Centro Nord, anche per effetto della minore copertura nel Sud degli ammortizzatori sociali e per una struttura produttiva più concentrata sulla piccoladimensione d’impresa. Gli investimenti industriali sono crollati, con una riduzione tra il 2007 e il 2010 del 13,7 per cento (-2,7 nel Centro Nord).
Sono alcuni dati contenuti nell'indagine di un gruppo di ricercatori della Banca d'Italia coordinati da Luigi Cannari, Raffaello Bronzini e Alessandra Staderini.

Lo studio (dal titolo L'industria meridionale e la crisi) è stato presentato a Bari, nell'Aula magna della ex Facoltà di Economia, in un incontro promosso dal Dipartimento di Scienze economiche e Metodi matematici dell’Università di Bari, in collaborazione con Bankitalia. Alla giornata hanno partecipato il rettore dell'Università barese, Antonio Uricchio, e gli economisti Domenico Cersosimo, Alessandra Chirco, Gianfranco Viesti e Ivan Faiella che ha presentato un'altra ricerca di Bankitalia sull'industria in ambito nazionale (Il sistema industriale italiano tra globalizzazione e crisi).

“L’Italia – ha sottolineato Vito Peragine, docente di Scienza delle finanze - è ancora nel pieno della più grande depressione della sua storia. Negli ultimi cinque anni ha perso quasi 9 punti di Pil. Nel 2012 l’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, è fra le aree del mondo con gli andamenti economici peggiori. Dagli studi della Banca d’Italia emerge una duplice convinzione. La prima è che la ripresa dell’economia italiana è indissolubilmente legata al miglioramento dell’utilizzo delle risorse produttive del Sud; la seconda è che lo sviluppo di un’area di dimensioni rilevanti come il Mezzogiorno non può fare a meno di un apporto significativo del settore industriale, come mostra anche l’esperienza di altre regioni europee in ritardo di sviluppo”.



Le ricerche – ha aggiunto Peragine - “consentono di formulare alcune considerazioni sulle misure di politica industriale. Le iniziative volte a favorire la crescita dimensionale, l’innovazione e l’internazionalizzazione sono cruciali a Sud come a Nord: ciò che differenzia le due aree è lo sforzo richiesto per livellare il terreno della competitività. Le analisi mostrano che gli aiuti alle imprese hanno avuto effetti di dimensione contenuta e comunque limitati nel tempo. Nel definire gli schemi di incentivo è quindi opportuno privilegiare la stabilità nel tempo, la certezza delle regole, la rapidità nelle erogazioni. Nel Mezzogiorno, infine, ancora più che nel resto del paese, occorre concentrarsi sulle azioni volte a migliorare il contesto in cui le imprese operano, a cominciare dal miglioramento dell’efficienza e della qualità dei servizi pubblici, fortemente inadeguati”.

“Lo studio sull'industria meridionale – ha spiegato il direttore della sede barese della Banca d'Italia, Giorgio Salvo – è basato sui bilanci di 20mila società di capitali con sede nel Mezzogiorno e sulle interviste alle imprese condotte semestralmente. Si colloca in un filone di studi sull’economia meridionale: la nostra particolare attenzione è legata sia alla dimensione macroeconomica dell’area, dove risiede un terzo della popolazione e si produce circa un quarto del prodotto interno, sia all’insoddisfacente livello di sviluppo”.

La ricerca è stata illustrata da Luigi Cannari, capo del Servizio statistiche economiche e finanziarie della Banca d'Italia. “Nel Mezzogiorno – ha detto - la crisi ha colpito soprattutto la petrolchimica, la gomma, la lavorazione di minerali non metalliferi e i mezzi di trasporto. Le nostre analisi indicano che a quattro anni dall’avvio della crisi le imprese più piccole hanno registrato una dinamica del fatturato inferiore alla media. Le grandi imprese hanno mostrato una maggiore capacità di reazione, pur se inferiore rispetto a quella mostrata dalle grandi imprese del Centro Nord”.



Lo scenario
La crescita dell'economia meridionale è stata inferiore alla media per tutti gli anni Duemila. Prima dell'avvio della crisi, tra il 2001 e il 2007 il Pil era aumentato del 7,8 per cento nel Centro Nord e solo del 4,8 per cento nel Mezzogiorno. Tra il 2007 e il 2011 il calo del prodotto è stato assai più intenso nelle regioni meridionali che nel resto del paese (-6,8 e -3,8 per cento, rispettivamente). In entrambi i periodi, il peggiore andamento del Sud ha riguardato tutti i principali settori produttivi: tuttavia, mentre il divario di crescita con il Centro Nord si è ridotto nei servizi ed è rimasto pressoché costante nelle costruzioni, si è ulteriormente ampliato nell’industria in senso stretto. Nel 2011 il valore aggiunto industriale centro-settentrionale era pari al 90 per cento di quello del 2007; mentre nel Mezzogiorno non raggiungeva l’84 per cento del livello pre-crisi. Nelle regioni meridionali il peso dell’industria sul valore aggiunto del complesso dei settori, calato di meno di un punto percentuale nella prima parte del decennio, è diminuito di oltre due punti (dal 13,8 all’11,5 per cento) tra il 2007 e il 2011.


Il confronto con Spagna e Germania
La debolezza delle regioni meridionali emerge con evidenza anche dal confronto con altri territori europei caratterizzati da un livello di sviluppo economico simile: tra il 2001 e il 2007, il Pil in volume era cresciuto del 23,9 per cento nelle sei regioni spagnole in ritardo di sviluppo, dell’11,7 per cento nelle cinque analoghe regioni tedesche, pari rispettivamente a oltre il sestuplo e a oltre il triplo della crescita rilevata nel Mezzogiorno. Il divario non è dipeso solo dalla peggiore dinamica italiana rispetto ai paesi di confronto: la crescita delle regioni meridionali è stata pari a circa la metà di quella del resto del paese, mentre in Spagna e in Germania i territori economicamente arretrati sono cresciuti più della media nazionale. Tra il 2008 e il 2011, periodo in cui la crescita delle aree in ritardo è stata ovunque inferiore alle rispettive medie nazionali, il Mezzogiorno ha continuato a mostrare il peggiore andamento: -5,5 per cento, contro -4,9 e 0,2 rispettivamente dei territori spagnoli e tedeschi in ritardo di sviluppo. Anche nel confronto internazionale la dinamica del prodotto è correlata a quella del valore aggiunto industriale che, al Sud, era lievemente diminuito già prima dell’avvio della crisi (-0,4 per cento in volume, tra il 2001 e il 2007), mentre in quel periodo le regioni arretrate di Spagna e Germania avevano accumulato una crescita del valore aggiunto industriale pari, rispettivamente, a oltre il 10 e a quasi il 40 per cento. A partire dal 2008, il valore aggiunto dell’industria in senso stretto si è ridotto in tutti i paesi e in tutte le regioni: l’intensità del calo è stata massima nel Mezzogiorno (-13,2 per cento) e minima nelle regioni tedesche in ritardo di sviluppo (-4,0 per cento).

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L'occupazione
La quota di occupati dell’industria sul totale del Mezzogiorno ha seguito una dinamica simile a quella del valore aggiunto, calando di due decimi di punto tra il 2001 e il 2007 e di 1,5 punti nel successivo quadriennio passando da oltre 872mila a 776mila addetti. Nel 2011 gli occupati nell’industria rappresentavano il 13 per cento del totale del Mezzogiorno. La riduzione dell’occupazione industriale meridionale nel periodo della crisi è stata più che doppia rispetto a quella rilevata per il Centro Nord (-11,1 contro -5,1 per cento). Al divario tra Mezzogiorno e Centro Nord ha contribuito, a partire dal 2008, la minore copertura dell’industria meridionale da parte degli ammortizzatori sociali in periodi di crisi.

Gli investimenti
Tra il 2000 e il 2010, ultimo anno per cui sono disponibili i dati sull’accumulazione di capitale, gli investimenti del settore industriale nel Mezzogiorno sono diminuiti del 39,5 per cento in termini reali, con un calo consistente nel biennio recessivo 2008-09; in rapporto al Pil, sono scesi dal 5,5 per cento nel 2000 al 3,5 nel 2010. Nelle regioni centro-settentrionali gli investimenti sono rimasti pressoché stazionari nel corso del decennio, oscillando intorno al 5 per cento del Pil. Il declino degli investimenti nel Mezzogiorno è riconducibile al contributo di settori produttivi anche molto diversi tra loro: soprattutto il comparto dei prodotti in metallo (circa un quarto del calo complessivo), ma anche quelli della moda, dei beni alimentari, della meccanica e degli apparecchi elettrici ed elettronici.

Le esportazioni
In un contesto di debolezza della domanda interna, l’industria meridionale ha risentito, in misura maggiore rispetto al resto del paese, di problemi di competitività che hanno inciso sulla dinamica delle esportazioni. A tale riguardo va considerato il diverso contributo all’export dei territori fornito dai prodotti petroliferi raffinati, il cui andamento è influenzato dalla dinamica delle quotazioni e il cui peso, trascurabile al Centro Nord (circa l’uno per cento del totale), è cresciuto nel Mezzogiorno dal 14,4 al 29,6 per cento tra il 2001 e il 2011. Valutate al netto di tali prodotti, le esportazioni meridionali sono cresciute da 24 a 29 miliardi d euro, meno che nel resto del paese in tutto il decennio: nel 2011, a prezzi correnti, esse erano inferiori del 4 per cento rispetto al 2007, mentre superavano tale livello di circa il 3 per cento al Centro Nord.


L'innovazione
Sia al Centro Nord sia nel Mezzogiorno le imprese che hanno investito di più in ricerca e sviluppo e quelle più innovative hanno risentito di meno dell’impatto della recessione. Più in particolare, nel 2011 le imprese meridionali che avevano investito di più in ricerca e sviluppo avevano un numero di occupati pressoché in linea con quello del 2007; nelle altre l’occupazione era inferiore del 5 per cento. Nelle imprese che avevano introdotto innovazioni di prodotto o di processo gli occupati nel 2011 erano di circa due punti percentuali in più di quelli del 2007; per quelle non innovative gli occupati erano inferiori di due punti percentuali. Tra il 2007 e il 2011 nel Mezzogiorno le imprese che avevano effettuato investimenti diretti all’estero erano riuscite ad accrescere il fatturato, mentre per quelle che non avevano investito all’estero il fatturato si era ridotto di circa il 5 per cento. L’occupazione era tuttavia calata nelle imprese internazionalizzate e lievemente aumentata nelle altre.

Segnali di vitalità
Non mancano nell'indagine imprese con un risultato positivo: c'è chi tra il 2011 e il 2012 ha superato di circa un terzo il livello di export e di circa il 10 per cento quello del valore aggiunto rilevati prima della crisi. Sotto il profilo settoriale queste aree di vitalità si connotano per la presenza del comparto alimentare (Napoli, Bari, Salerno, Palermo) e dell’unico comparto high-tech compreso tra le maggiori realtà produttive selezionate (l’aerospaziale di Napoli). Il settore delle auto e dei motoveicoli nei suoi principali insediamenti meridionali (Napoli, Potenza e Chieti) ha mostrato, invece, segnali di forte debolezza, così come i distretti industriali del mobile (Bari) e del cuoio (Avellino) e le aree metallurgiche di Taranto e Cagliari. Nell’abbigliamento il quadro è eterogeneo, con casi di successo (Napoli), di debolezza (Teramo) e intermedi (Bari e Pescara)

I distretti
Analisi recenti mostrano come la configurazione produttiva tipica dei distretti industriali caratterizzi ancora l’Italia in misura più accentuata di quanto accada negli altri principali paesi europei, ma sia meno diffusa nel Mezzogiorno. Le poche agglomerazioni esistenti mostrano una dimensione media degli stabilimenti inferiore alle agglomerazioni del Centro Nord e una forte dipendenza dai beni intermedi acquistati da imprese situate al di fuori del Mezzogiorno. Nonostante questi elementi di debolezza, gli effetti della crisi sull’industria meridionale sono stati più contenuti.
La miglior tenuta in termini di produttività e di export non ha però riguardato tutti i sistemi locali agglomerati. Risultati migliori si riscontrano nei settori dell’alimentare, dell’aeronautica, della lavorazione delle pietre e dei prodotti in metallo, del tessile-abbigliamento, delle calzature e dei prodotti chimici di base. All’estremo opposto, si rileva il ridimensionamento dei poli dell’automotive e del mobilio e il fortissimo calo della metallurgia (alluminio del Sulcis), dell’elettronica e dell’industria navale. Anche all’interno dei comparti, i singoli sistemi locali hanno talvolta mostrato andamenti eterogenei: mentre il calzaturiero leccese ha perso circa i due terzi dell’export tra il 2007 e il 2011, quello casertano e quello napoletano hanno ampiamen te superato i livelli pre-crisi. Il calo dell’export di mobili è stato molto più intenso nel materano (-59,2 per cento) che in Puglia (-33,6). La vendita all’estero di parti e accessori per autoveicoli si è quasi dimezzata a Melfi, ma è cresciuta di un quinto a Bari. Le esportazioni aeronautiche si sono in parte spostate dalla Campania alla Puglia.

Il mercato del credito
La ricerca ha evidenziato che rispetto al resto del paese, nel Mezzogiorno si riscontrano condizioni di finanziamento in media più costose sui prestiti bancari alle imprese industriali; prima della crisi, il divario si presentava quasi esclusivamente nel credito a breve termine, mentre in seguito ha riguardato, in  misura via via crescente, anche il segmento a medio-lungo. Come già rilevato in numerosi studi, il ricorso ai prestiti bancari si è mantenuto più costoso. La quota di prestiti che annualmente sono diventati inesigibili si è mantenuta nel Mezzogiorno ampiamente superiore al Centro Nord, con uno scarto che a partire dal 2010 è stato prossimo ai due punti percentuali. Il divario di tasso d’interesse risente, inoltre, di un contesto esterno sfavorevole. Rilevano la minore efficienza della giustizia civile, che si riflette in tempi più lunghi e quindi in costi più elevati per il recupero dei crediti e la maggiore presenza nel Mezzogiorno di criminalità organizzata, che si riflette in più elevati tassi di interesse.

Le strategie di politica economica
Alcune indicazioni vengono dallo studio presentato da Ivan Faiella. La politica economica deve puntare a trasformare un declino diffuso in un processo benefico di “distruzione creatrice”. Il sistema di ammortizzatori sociali e le politiche attive per il lavoro devono rendere più agevole ed efficace la ricollocazione della forza lavoro tra unità produttive; il sistema finanziario deve acquisire una maggiore capacità di spostare capitale verso i progetti imprenditoriali più promettenti; la tassazione di impresa deve essere ripensata per incentivare l’espansione del perimetro aziendale; nel comparto dei servizi  il grado di concorrenza deve essere

accresciuto là dove ancora esistono elevate rendite di posizione. Anche un’intensa lotta alla corruzione e all'illegalità concorre a evitare che le risorse economiche vengano sottratte alle imprese migliori. Bisogna agire sui costi sostenuti dalle imprese e sul contesto in cui esse operano. La politica economica deve, però, riservare una particolare attenzione al settore industriale. Questa attenzione non deve implicare, tuttavia, l’attuazione di una politica industriale tradizionale, intesa come quel complesso di interventi finanziari pubblici (incentivi economici, sussidi diretti e indiretti, finanziamenti pubblici) miranti a favorire la ristrutturazione del sistema produttivo su linee predeterminate dalle autorità pubbliche. Il policy-maker, infatti, ha limitata informazione circa il potenziale di sviluppo dei settori e delle attività economiche e rischia di essere preda di interessi corporativi che, influendo sulla destinazione delle risorse pubbliche, finiscono per agire da ostacolo alla crescita.
Le risorse possono invece essere allocate più efficientemente se lasciate nelle mani del mercato. Questi argomenti appaiono particolarmente rilevanti nel contesto italiano.
Infine, una considerazione sul capitale umano. Alla luce dell’evidente ritardo dell’Italia rispetto ai principali paesi avanzati nei tassi di scolarità e di istruzione universitaria e nel livello delle competenze, si impone un sforzo riformatore eccezionale, mirato a un ridisegno della governance del sistema scolastico e a un rafforzamento della competizione tra atenei. Ne beneficerebbero anche la capacità delle imprese industriali di aumentare l’efficienza dei processi produttivi e di intensificare l’adozione e lo sviluppo di tecniche e prodotti nuovi.

(gelormini@affaritaliani.it)

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