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Cura salentina: più sedano per tutti

di Pino De Luca

Infinita e in tono intenso, la tornata elettorale 2014 lascerà “ferite inguaribili”, “strascichi insanabili” e “rivoluzioni improbabili”. Poche settimane per affrontare l’ennesimo appuntamento nel quale l’ennesimo giorno del giudizio cambierà sette nomi, qualche punto percentuale e poi … poi tutto tornerà uguale o all’incirca.

Ma così cammina il mondo e su questo mondo, serenamente e con sano distacco epicureo, transitiamo anche noi, comuni mortali che cincischiano tra pentole e bicchieri, certi del nostro nulla valere ma di nulla timorosi. Dalla nascita abbiamo imparato apotropaiche gestualità. Non siamo superstizoisi ma, visto che non costa nulla, almeno la jella vorremmo risparmiarcela.

E di superstizioni a tavola ne esistono tante: incrociare le posate, mettere il pane capovolto, sedere in 13, rovesciare il sale, o, peggio, l’olio….

Potremmo andare avanti per settimane, sono pinzillacchere alle quali va dato il medesimo credito che si accorda a chi racconta che mangiando sette noccioli di pesca si evita di sbronzarsi.

Sciocche credenze senza alcun fondamento, far cadere l’olio può esser dannoso soprattutto per il danno economico, ma per il resto è come votare credendo che, per davvero, l'onorevole si ricorderà di te.

E però, come diceva qualcuno, nel dubbio mi gratto. Allora proviamo a ragionare di un sopratavola che, secondo antichi usi, dovrebbe essere di buon augurio.

Apium graveolens dulce è il nome di ciò che comunemente si chiama Sèdano.

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La storia della sua virtù benefica nasce da molto lontano, rimuovendo l’accertato fatto che la pianta è nota nel Mediterraneo da oltre mille anni prima di Cristo, la virtù vera e propria comincia con Omero che, nell’Iliade, ne fa la cura per il cavallo di Achille e nell’Odissea uno dei componenti del giardino di Calipso.

Ne ha di estimatori per secoli quest’ortaggio profumato, ma la vera gloria la trova in Francia: Jeanne Antoinette Poisson, detta Renette e, al suo mondo e al nostro, nota come Madame de Pompadour inventa un potage “per combattere la frigidità e accrescere il desiderio” alla cui base si trova proprio il sèdano. Le dà manforte Grimod de la Renyère che nel XIX-esimo secolo scriveva: “Pur perdendo, quando è cotto, una parte delle sue qualità, non si può tuttavia nascondere che il Sèdano sia una pianta ricca di aromi: corroborante, stimolante, eccitante e di conseguenza, fortemente afrodisiaco.

Non so dire se la maschera attribuita al sèdano sia vera o falsa, io lo adoro crudo con il pinzimonio o ad accompagnare un piatto di orecchiette al ragù.

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Certo la morte sua è nella “coda alla vaccinara” della quale non v’è spazio per raccontar la ricetta, ma la poesia di un vecchio oste (Cesare Sammi) la voglio ricordare.

Cottura giusta, e quello che più conta
ch’er sugo nun sia tanto arritirato
giusto de sale; e adesso l’invitato
se metta a sède che la coda è pronta.
Bon appetito! E mentre la magnate
penzate a la cucina de le fate.

Il buon augurio dovrebbe esser chiaro … o no?

Più Sèdano per Tutti sarebbe una eccellente cura per un paese dormiente, ma con l’accento grave sulla e, altrimenti sedano che è voce del verbo Sedàre. E poi dicono degli accenti.

Che ci fa la “coda alla vaccinara” in Puglia? Vi porto da Antonio Torre, a Lecce, in un angolo di Roma … e poi mi criticate …

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