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Mentre l’Italia è attraversata da una morsa di caldo, il Consiglio dei Ministri  ha approvato il decreto legge contro il femminicidio e la violenza di genere.

Le nuove norme prevedono l’arresto obbligatorio in  flagranza per il maltrattamento in famiglia e per  lo stalking, aumento della pena di un terzo se alla violenza assistono i minori (cd violenza assistita) o se viene compiuta ai danni di una donna in stato di gravidanza oppure dal partner. Nel decreto legge è, altresì, previsto il rilascio del permesso di soggiorno se la vittima è di nazionalità straniera; l’impossibilità di rimettere la querela da parte della donna; allontanamento da casa del coniuge violento in presenza di un effettivo rischio per l’incolumità della vittima medesima.

Certo dovremmo dire finalmente!

Infatti, per la prima volta, nelle  norme si parla di femminicidio, riconoscendo l’idea delle Nazioni Unite che, la violenza degli uomini sulle donne ha una sua specificità, si basa sulla discriminazione ancora forte tra uomo e donna ed è rivolta alla donna in quanto donna. 

Ma la soddisfazione si accompagna ad alcuni dubbi, di forma e di sostanza. Intanto il Consiglio dei Ministri ha deciso di varare le norme mentre è in discussione alla Camera un disegno di legge sul femminicidio e mentre il Senato si appresta ad inserire nel calendario il disegno di legge appoggiato trasversalmente da tutti i partiti che prevede l’istituzione di una Commissione bicamerale sul femminicidio. Questo per la forma; quanto alla sostanza queste norme sollevano molto dubbi perché insistono sulla repressione senza tener conto delle norme già esistenti quali, la possibilità di allontanare il coniuge maltrattante dalla casa coniugale (la legge istitutiva è del 2001) e l’arresto in flagranza del maltrattante in precise ipotesi  di reato (stàlking, lesioni, ecc).

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La vera novità del decreto è quella di non dare più la possibilità alla donna di rimettere la querela e, quindi, di toglierle la possibilità di autodeterminarsi nella scelta difensiva da percorrere.

Ma siamo proprio sicuri che la donna decide di rimettere la querela solo per paura ovvero per sottrarsi al rischio di nuove intimidazioni allo scopo di farla desistere?

Molto spesso le donne rimettono la querela per le lungaggini processuali, arrivano al processo molto tempo dopo aver presentato la querela e, quel tempo, per la donna,  è il tempo del dolore di cui nessuna istituzione se ne fa carico, né informando la vittima in merito a quello che è stato compiuto né aiutandola ad elaborare i traumi subiti.

Il decreto, inoltre, nulla prescrive in merito alla formazione degli operatori (sociali, sanitari, ecc) e delle Forze di Polizia  (anche al fine di pervenire ad una formazione comune), della messa in rete dei servizi, in modo da mettere tutti nelle condizioni di ricevere la richiesta di aiuto e di sapere quali passi sia  meglio compiere.

Senza contare che è prevista la possibilità di incentivare i centri antiviolenza senza prevedere finanziamenti ad hoc.

Questo decreto dunque si presenta come un cartello di principi, affidando tutto su un cambio di mentalità che tarda ad arrivare, pieno di buoni propositi senza nulla di veramente efficace ed incisivo.

Si poteva prevedere molto di più se solo si fosse dato ascolto alla voce delle donne. Ma queste esistono?

(da Cdm.corriere.it - Bari)

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