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Bari – Rischiava di diventare un caso prima ancora che gli eletti alle Politiche potessero lasciare ufficialmente il posto alle new entries designate, e invece sul presunto ritorno dei vitalizi c’è già il dietrofront di Via Capruzzi. Il blitz sotto accusa risale allo scorso 3 aprile ed era durato non più di due minuti: tanti ne erano bastati per emendare la legge 34 approvata a novembre, in materia di norme previdenziali per i titolari degli scranni, che aboliva l’istituto del vitalizio a decorrere dal primo gennaio: niente più trattenute del 15% sull’indennità mensile ma nemmeno lauto assegno a fine mandato, la cui congruità variava rispetto agli anni di permanenza tra i banchi di maggioranza e opposizione ed era costantemente adeguata all’inflazione corrente. Tutto azzerato? Se non fosse che il termine rischiava di slittare alla prossima legislatura e che è toccato all’Ufficio di presidenza placare animi e polemiche, annunciando il ritiro del provvedimento già alla prossima seduta “al fine di evitare illazioni ed equivoci sul comportamento trasparente del Consiglio”.
 
 
Poche righe bipartisan per dare la possibilità agli attuali inquilini dell’Assemblea guidata da Onofrio Introna di “versare le somme corrispondenti ai contributi previdenziali mensili occorrenti per completare il quinquennio contributivo della legislatura in corso”, purché gli interessati “abbiano maturato un’anzianità contributiva non inferiore a trenta mesi”: va da sé che, specie per coloro che ancora non avessero avuto all’attivo i cinque anni necessari a far scattare l’emolumento, sarebbe stata una scorciatoia non indifferente. Bipartisan, peraltro, dal momento che a siglarla sarebbero tanto il neo capogruppo Pdl Ignazio Zullo, quanto l’omologo Pd Pino Romano e i colleghi Michele Losappio, Lanzillotta, Buccoliero, Maniglio, Damone e Brigante. Non Antonio Decaro, annoverato inizialmente dalla Gazzetta tra i firmatari ma affrettatosi a smentire: “Non ho firmato nessun emendamento e non ho votato la norma citata”, spiega in serata l’ex numero uno Pd, “ho subito chiarito la vicenda tramite gli uffici regionali, i quali hanno appurato che la firma in calce all'emendamento non è la mia, e che al momento del voto della legge non ero nemmeno presente in Aula”.
 
 
Ad Introna, cui la quindicennale esperienza sotto il ligneo soffitto dell’aula consente il massimo assegno disponibile, insieme ai colleghi Palese e Marmo, non è restato che confermare l’assenza e correre ai ripari, comunicando la proposta, congiuntamente a quella della Conferenza dei Capigruppo, di abrogazione della norma, dal momento che “lo stesso emendamento si presta ad una possibile diversa interpretazione, estranea e non conforme alla volontà dei presentatori”. Tutto risolto? Presumibilmente almeno finchè non inizieranno a trapelare i nomi di eventuali consiglieri richiedenti, ma per scoprirlo basterà attendere l’elezione del Capo dello Stato. E il ritorno in Aula.
 
(a.bucci1@libero.it)
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