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sycamore ageSycamore Age, un progetto giovanissimo che ha da subito colpito l’attenzione dei media e del pubblico, è un lampo di precisione tra le indistinte macchiette della natura, per dirla alla Balzac. Il lavoro di Stefano Santoni (produttore artistico), Francesco Chimenti (voce della band) e Davide Andreoni, con la preziosa collaborazione di Giovanni Ferretti, Samuel Angus Mc Gehee, Nicola Mondani e Franco Pratesi, lascia piacevolmente convinti per maturità espressiva e precisione. L’omononimo lavoro dei Sycamore Age, da “Binding Moon” a “Tears and fire”, parla della determinazione e della ambizione di questi musicisti - polistrumentisti, tra l’altro -, rivelando un’anima contaminata. Folk, progressive, rock e kraut sono solo piccole pennellate di un più grande quadro in continuo movimento. Ad ogni possibile etichetta, canzone dopo canzone, arrivano la voce di Francesco e la caleidoscopicità musicale della band a spiazzare.
 
In attesa della data presso l'Open Bar delle Macerie a Molfetta di giovedì 11 luglio, ecco la nostra intervista.
 
Un progetto, quello di Sycamore Age, che dalla nascita vede coinvolte tre persone ma che ha poi ha inglobato il gusto e la professionalità di molti altri musicisti, nella dimensione live.  Com’è nata l’avventura e qual è stata la metamorfosi del suono d’insieme dalla situazione nello studio di registrazione a quella sul palco?
 
Francesco e Davide: “La nascita dei Sycamore Age si deve all'incontro di Stefano Santoni e Francesco Chimenti, ai quali poco dopo si è unito Davide Andreoni. I brani sono stati creati e arrangiati nel piccolo studio casalingo di Stefano, dove per più di un anno ci siamo incontrati per suonare, comporre o semplicemente ascoltare ciò che più ci stimolava e suscitava il nostro interesse. Il sound ed il disco stesso sono nati poco per volta, giorno dopo giorno, tant'è che quasi con sorpresa ci siamo ritrovati ad un certo punto con un lavoro finito tra le mani, senza un nome né per esso e né per il progetto musicale in sé... solo ad allora decidemmo il nome Sycamore Age, capace, secondo noi, di rappresentare entrambe le cose.
Durante la registrazione molti musicisti hanno collaborato con noi, arricchendo notevolmente gli arrangiamenti e le sonorità del disco. Tra questi, Nicola Mondani, Franco Pratesi, Giovanni Ferretti e Samuel Angus Mcgehee; dimostrandosi immediatamente in completa sintonia con il mood e la filosofia del progetto nascente, sono entrati a pieno titolo a far parte dei Sycamore Age, prestando il loro forte contributo soprattutto nella difficile gestazione del live. Approcciando ai brani del disco in sette e strumenti alla mano, ci siamo immersi in un viaggio alla scoperta di infinite reinterpretazioni e modi di riproporre dal vivo il nostro lavoro; ne è conseguita una versione decisamente più impetuosa, ma ugualmente ricca di sfumature, dinamiche ampie e sonorità particolari, assolutamente in linea con la produzione in studio”.
 
L’immaginario evocato dai vostri testi e dalle melodie, corroborato dall’artwork del disco, è a tratti letterario (ci verrebbe da pensare a “My bifid sirens” e alle sue atmosfere quasi da ballata alla Coleridge e Wordsworth) ed in parte cinematografico (le immagini ed i suoni di “At the biggest tree” viaggiano come colonne sonore di un film perduto di Lynch o Tarantino). C’è stata una ispirazione precisa o un artista che hanno accompagnato, anche inconsapevolmente, la stesura del disco?
 
sycamore20age20copertinaStefano: “Beh! …Mai ricevuta domanda più colta e, soprattutto, più azzeccata. L’ispirazione, come diceva per l’appunto Fellini, deve sgorgare spontanea, semmai, in seconda istanza, spetta al critico l’arduo compito di riordinare tutti i frammenti. Noi seguiamo alla lettera questo pensiero, abbandonandoci completamente al vento emozionale, dimenticandoci fin che è possibile tutti i nostri ascolti passati e facendone tesoro al tempo stesso; ed è meraviglioso quando poi qualcuno, come te ad esempio,  ci sorprende con citazioni in cui ci riconosciamo assolutamente.  Sì, decisamente c’è molto ‘800 nel nostro immaginario, il Simbolismo, il Naturalismo, un certo Romanticismo e, non ultimo, barbe e baffi molto importanti.
Poi c’è l’aspetto visivo, che ancora una volta hai centrato in pieno: scriviamo testi e musica prevalentemente per immagini, ci piace far navigare i nostri ascoltatori su mari imprevedibili, dove puoi imbatterti in tempeste improvvise, isole incantate e su ogni sorta di chimera. I personaggi e le storie che popolano i nostri brani, a tratti sono stesi con pennellate grosse e multicolori, mi verrebbe da dire tardo-fiamminghe, a volte invece si fanno più opachi e diafani, alla Eugène Carrière. Ci piacerebbe che il nostro disco venisse fruito come una mostra da visitare ad occhi chiusi”.
 
Abbiamo letto in rete che per uno dei brani,“Romance”, avete usato, mestoli, taglieri da cucina e perfino una vecchia lavatrice, a dimostrazione insomma di come qualsiasi oggetto o evento possa essere trasformato in suono. Verrebbe naturale da chiedervi, allora, cosa sia per voi il suono e quale sia stato, da ragazzi magari, il vostro primo approccio ad esso?
 
Francesco e Davide: “Per quanto riguarda il nostro primo approccio al suono, ognuno ha avuto la propria singolare esperienza e crescita: alcuni fin dalle scuole medie ed in seguito in conservatorio hanno coltivato lo studio di strumenti classici, altri invece hanno iniziato in modo autodidatta. 
L'uso di oggetti di qualsiasi genere inseriti nell'arrangiamento del disco è scaturito dalla necessità e dal desiderio di lasciarsi suggerire dal brano stesso in quale paesaggio sonoro collocarlo. Il suono diventa così protagonista a prescindere dal fatto che esso sia stato generato da un pianoforte o da un ventilatore, da una chitarra o da mobilia percossa a pugni, come è stato per esempio per il ritmo di “My Bifid Sirens”. Lavorando in linea con questo pensiero abbiamo potuto dare libero sfogo alla nostra fantasia, avvicinando tra loro mondi sonori apparentemente estranei tra loro e avventurandoci in soluzioni alchemiche, tra innumerevoli possibilità timbriche”.
 
In molte delle recensioni scritte sul vostro ultimo lavoro viene usata, più volte, la parola “indie”. Termine che ormai viene associato a qualsiasi realtà sfugga ad una facile catalogazione o perfino a band con contratti importanti alle spalle. Ha ancora senso come etichetta?  Soprattutto se si pensa all’originale significato della parola “indipendente, non appartenente alle major".
 
Stefano: “Le Major sono ormai implose nella loro incapacità di trattare l’argomento “Arte”, o peggio, nel loro modo di trattarla come fosse una catena di fast food o roba del genere. Sono molto felice del fatto che la musica oggi non valga più niente all’occhio degli speculatori, il suo valore commerciale si è disperso nei milioni di rivoli del web… non conviene più! Allora è forse giunto il tempo di cambiare la definizione da “musica indie” a “musica autentica”. Se è così ce la metteremo sempre tutta per farne parte…”.
 
C’è stata un’evoluzione nell’accoglienza da parte della stampa straniera, italiana, ma soprattutto del pubblico in questi mesi di viaggi e concerti?
 
Stefano: “La stampa italiana, dobbiamo dire, è stata molto generosa fin dall’inizio ed ha continuato ad esserlo. 
Anche all’estero, è andata decisamente bene, anche se molto spesso si sono sprecate metà delle battute a disposizione in inutili confronti tra il nostro sound e i soliti stereotipi per i quali purtroppo noi italiani siamo famosi nel mondo. A tal proposito ti racconto un aneddoto: in un’intervista telefonica, un giornalista del giornale francese L’Express, mi ha stuzzicato con l’ennesima domanda tipo “ma com’è possibile che una band italiana, nata e cresciuta in una ridente cittadina della Toscana possa generare ambientazioni così solenni e oniriche, a tratti così cupe e claustrofobiche?...”. Al che io mi sono sentito in dovere di ricordargli che ad esempio l’“Inferno” lo ha scritto un bel po’ di anni fa un tizio che ha vissuto a 20 km. da casa mia, per non parlare dei deliri psichedelico-alchemici di Purgatorio e Paradiso; poi mi sono preoccupato di sottolineare la solennità dei canti gregoriani e della nostra musica rinascimentale, fino agli esorcismi della Taranta, e poi Morricone, Rota, etc. Al termine del mio discorso… quattro lunghi secondi di silenzio.
Rientrando nei binari della tua domanda, riguardo al pubblico dei nostri concerti, direi che c’è un’interazione meravigliosa, crescente ad ogni nuovo live, ve ne siamo davvero grati”.
 
Sycamore AgeA differenza di molta dell’attuale scena musicale italiana nei vostri testi non c’è un evidente, diretto messaggio politico. Spesso in Italia si tende a prendere poco sul serio chi non canta di politica o di cronaca, non trovate? Stesso dicasi se non si affrontano temi come l’amore e altre eventuali parole in rima.
 
Stefano: “Mi fai sorridere… ma quanto hai ragione! Ma come si fa ad essere così ipocriti da parlare di ideologia in un’epoca così profondamente anti-ideologica, la trovo una cosa così anacronistica… e così fasulla. E ancora, come si fa a sporcare la purezza cristallina e la trascendenza del suono con cacofoniche, puerili parole di falsa protesta??? Mi dispiace, noi non ci riusciamo proprio… se mai incendieremo le piazze, lo faremo usando altri combustibili. Perdonami lo sfogo.
Parole d’amore? Magari in rima??? …Già molto meglio, ne possiamo parlare”.
 
State già lavorando a qualcosa di nuovo, quali sono i prossimi passi?
 
Francesco e Davide:  "La prossima uscita in programma sarà per l'autunno prossimo. Abbiamo realizzato un EP contenente brani inediti e cinque remix di pezzi del nostro primo disco, realizzati da artisti che stimiamo molto e con cui è stato un vero piacere collaborare, te li elenchiamo in anteprima assoluta per voi: Akron Family, VadoInMessico, Teho Teardo, Julie's Haircut e Aucan.
Inoltre in questi mesi il nostro primo disco è uscito in Europa distribuito da Rough Trade, per questo abbiamo in programma di accompagnare al più presto l' evento con un tour.
Il nostro secondo disco invece, ancora in stato embrionale, dovrebbe vedere la luce il prossimo anno...ce la metteremo tutta!”.
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