La vicenda della minorenne barese, che cade nella trappola dell’ex fidanzatino e si ritrova a subire una violenza di gruppo – tutti minorenni tranne un maggiorenne – ha come pietrificato un’intera città, di fronte all’ennesimo segnale/testimonianza del vuoto morale e sociale in cui “navigano” quotidianamente i nostri ragazzi.

L’apprezzamento per l’immediata reazione della vittima, che trova il coraggio per raccontare tutto ai genitori, la corsa in ospedale e la successiva e consequenziale denuncia alle Forze di Polizia, e poi il trincerarsi dei violentatori nel ‘diritto di non rispondere’ – persistendo come insieme ‘branco’ nell’evitare l’assunzione di responsabilità delle azioni individuali – rappresenta una miscellanea di comportamenti, disvelatori da un lato della confusa vacuità che riempie i “contatti” della generazione social e dall’altro dell’estrema fragilità caratteriale di giovani non più abituati a confrontarsi con le difficoltà della vita, e per questo non più capaci di dotarsi spontaneamente dei necessari e provvidenziali anticorpi.
Sconforto, annientamento, rabbia e impotenza minano vittima, famiglia, amici e comunità cittadina, nell’intimo delle loro riflessioni e delle rispettive solitudini. Qualunque processo e qualsiasi provvedimento – più o meno punitivo – non riporteranno le cose ‘a prima che accadesse’, non riusciranno a ricomporre il dentifricio fuoriuscito nel tubetto.

C’è una cosa, però, che nel tunnel della disperazione e della incombente rassegnazione, mi dice e ci dice che forse un flebile barlume di speranza ancora sopravvive. E ce lo indica, non saprei quanto consapevolmente, la stessa vittima.

E’ il suo prolungato e interminabile abbraccio – il giorno dopo il fattaccio – con la sua Preside, presso la quale si è recata con la famiglia in cerca di aiuto e sostegno. Vedere lei e i genitori che cercano un appiglio nella Scuola è un fatto nuovo – di questi tempi – che deve stimolare tutti in generale e ciascuno in particolare alla consapevolezza che forse non tutto è perduto.
La rete sociale delle relazioni personali può tornare a “tenere” meglio di quella ‘emoticon’ dei social e delle comunità virtuali. A testimoniarlo non è una dichiarazione, un’intervista o un proposito di sensibilizzazione collettiva. A gridarlo con la forza della spontaneità e la dolcezza della fragilità è quell’abbraccio. Il bisogno di sapere che ci siamo e non di immaginarlo.
(gelormini@affaritaliani.it)
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Pubblicato sul tema. Bari, 15enne violentata dal branco Decaro: ‘Ci costituiremo parte civile’
Violenza a Bari, nota congiunta Stati Generali Donne e Casa Donne Mediterraneo
