La radio italiana fu libertà, invenzione, rischio. Oggi, soprattutto nel servizio pubblico, troppo spesso sembra il reparto ricollocamento della politica: facce, voci e appartenenze che trovano sempre una frequenza disponibile.
Quando il microfono era una finestra
Negli anni Settanta la radio era un luogo pericoloso, nel senso migliore del termine. Si sperimentava, si improvvisava, si sbagliava perfino. Da Arbore e Boncompagni alle radio libere esplose con la liberalizzazione dell’etere, il microfono non era una poltrona ma una finestra. Bastavano una voce, qualche disco, cultura musicale e soprattutto un’idea.
Oggi quella finestra sembra essersi trasformata in un ufficio di collocamento con antenna. La radio, in particolare quella Rai, appare sempre più spesso il luogo dove sistemare reduci televisivi, fedelissimi e figure che con la politica hanno rapporti tutt’altro che occasionali. Il risultato è un mezzo che invece di cercare nuovi linguaggi ricicla vecchie appartenenze.
Radio2 e le coincidenze che fanno rumore
L’ultimo esempio è Maurizio Guccini, dal 3 agosto alla conduzione con Noemi Serracini di Estate da Matti su Radio2. Guccini è anche vicesindaco del comune di Fonte Nuova e negli atti comunali compare una sua precedente esperienza consiliare sotto la sigla “Fratelli d’Italia Alleanza Nazionale MSI”.
Nulla vieta, naturalmente, a un amministratore locale di fare radio. E un’appartenenza politica non dimostra da sola una lottizzazione. Ma nella Rai delle coincidenze seriali viene spontaneo domandarsi quanto pesino davvero curriculum, competenza e ricerca di nuove voci rispetto a relazioni, fedeltà e posizionamenti.
Il punto, dunque, non è Guccini. È il metodo. La radio dovrebbe sorprendere, disturbare, scoprire. Invece rischia di diventare il garage della televisione e l’anticamera della politica. Negli anni Settanta si occupavano le frequenze. Oggi, più modestamente, si occupano le caselle del palinsesto.


