Per i romani non fu soltanto la morte di un grande attore. Il 16 luglio 1967, quando si diffuse la notizia della scomparsa di Antonio de Curtis, la Capitale perse uno dei suoi cittadini d’adozione più amati. Nato a Napoli, Totò aveva infatti trascorso una parte fondamentale della sua carriera e della sua vita a Roma, trasformando Cinecittà, il Teatro Sistina e i teatri di rivista del centro nei luoghi in cui costruì il suo mito.
Negli anni Cinquanta e Sessanta era difficile immaginare il cinema italiano senza di lui. Gran parte delle sue oltre novanta pellicole vennero girate proprio negli stabilimenti di Cinecittà, dove arrivava puntuale, impeccabile nel completo scuro e con quell’aria aristocratica che gli era valsa il soprannome di “Principe della risata”. Tecnici e comparse raccontavano che bastava il suo ingresso sul set perché la tensione sparisse: improvvisava battute, cambiava dialoghi e spesso riusciva a far ridere perfino il regista durante le riprese.
Roma era anche il luogo dove conduceva una vita sorprendentemente riservata. Frequentava pochi ristoranti, passeggiava con discrezione nei quartieri eleganti e amava trascorrere lunghe serate con amici e colleghi, lontano dal clamore del successo. Pur restando profondamente legato a Napoli, nella Capitale trovò la dimensione ideale per lavorare e costruire una carriera senza eguali. Quando morì, a soli 69 anni, l’emozione attraversò l’intero Paese. I giornali romani gli dedicarono aperture e pagine speciali, mentre davanti ai cinema che ancora proiettavano i suoi film comparvero mazzi di fiori lasciati spontaneamente dagli spettatori. La sua scomparsa arrivò appena due mesi dopo quella di un altro gigante della comicità italiana, Peppino De Filippo, alimentando la sensazione che si stesse chiudendo un’epoca irripetibile dello spettacolo.
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